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Rovella sicuro: «Guardare le bandiere in Curva o in Tevere, mi piace un sacco. Ecco qual è lo stadio più emozionante…»

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Rovella svela a sorpresa: «Guardare le bandiere che ci stanno in Curva o in Tevere, mi piace un sacco». Le sue dichiarazioni

Nicolò Rovella sta diventando sempre più centrale nel progetto tecnico di Maurizio Sarri e oggi ha parlato ai canali ufficiali della Lazio. Il centrocampista biancoceleste ha affrontato diversi temi, soffermandosi sia sul momento attuale della squadra sia su alcuni aspetti del suo recente percorso personale.

Le sue dichiarazioni offrono uno spaccato interessante sul suo ruolo, sulla crescita all’interno del gruppo e sulle sensazioni che accompagnano questa fase della stagione.

Di seguito un estratto delle sue parole.

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CORI, BANDIERE E INNO – «A me piace fin dall’inizio, mi è venuto spontaneo cantarla, quella “La Lazio mia”. Ci sono legato dall’inizio, ma ce ne sono tanti di cori che mi piacciono, mi piacciono soprattutto le bandiere. È una cosa che mi piace quando arrivo allo stadio prima della partita, guardare le bandiere che ci stanno in Curva o in Tevere, mi piace un sacco».

SAN SIRO – «Stadio più emozionante? San Siro è classico da dire ma è vero, poi le emozioni che si provano a giocare a San Siro sono poche. Poi io sono nato a Milano e quindi sicuramente è lo stadio dove andavo da bambino. San Siro è bellissimo».

SFIDA A MODRIC – «La sua maglia promessa a Zaccagni? No, ma tanto l’ho già presa, quindi gliela lascio (ride n.d.r.). Modric è un campione, ci ho giocato contro mi sembra due anni fa in Juventus-Real Madrid, sicuramente è un piacere giocarci contro in campionato».

GIOVANI E ALLENATORI – «Credo che ci voglia il giusto mix di fortuna e non so come dirti, l’incrocio tra il momento giusto e la fortuna e farsi trovare pronti negli allenamenti. Io mi ricordo quando poi ho esordito, ho avuto la fortuna di essere allenato da anche grandissimi allenatori, Thiago Motta. Adesso ultimamente non sta facendo bene ed è senza squadra però quello che ha fatto a Bologna è importante. Lui ci credeva tanto nei giovani».

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