L’ANALISI DEL GIORNO DOPO – Bellezza, incanto e nostalgia: la fine di una favola lunga cinque anni

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Agonia finita. Al triplice fischio di Manganiello si è conclusa una stagione pessima per la Lazio, iniziata male e finita peggio. Ieri il risultato della partita contava poco, c’era ben altro da festeggiare, c’era una leggenda del calcio mondiale che abbandonava quella che negli ultimi cinque anni era stata la sua casa.
Tanti attimi, tanti bei momenti vissuti insieme a Klose. Ieri sono stati 90 minuti di ricordi e di speranza: ricordi dei due gol al derby e di tutte le altre 62 volte che i portieri avversari si sono dovuti inchinare a lui. Speranza che fosse solo un brutto sogno e che a fine partita non ci sarebbe stato il saluto alla sua gente, quella che nonostante abbia avuto al proprio fianco solo per cinque anni, porterà dietro per il resto dei suoi giorni.

LA FINE DI UN’ERA – Klose era uno dei pochi superstiti di un calcio che ormai sta andando a morire. Un uomo diventato calciatore e non il contrario. Miro si è fatto da solo, conquistandosi anche la cosa più banale con il sudore sulla fronte. E’ stato un esempio da seguire per i più giovani: mai una parola fuori posto, mai una polemica. Sui prossimi vocabolari vicino alla voce “professionista” possono metterci il suo nome.
Si chiude un ciclo, si chiude un’era, si chiude una delle ultime belle storie che il calcio moderno potesse vantare. Miro lascia un vuoto dentro tutti noi, un vuoto difficile da colmare. Potranno passare, giorni, mesi ed anni, ma nel cuore del tifoso laziale, ci sarà sempre spazio per chi come lui, ha scritto pagine di calcio a suon di record difficilmente superabili.

I NUMERI – Come se non bastassero tutti i successi personali, da qualche ora, Miroslav Klose è diventato insieme a Pandev, lo straniero più prolifico della storia della Lazio, gonfiando la rete per ben 64 volte. Sembra ieri il giorno del suo sbarco a Fiumicino e invece sono passati già cinque anni. Accolto tra lo scetticismo generale di chi lo reputava finito e chi una semplice riserva del Bayern Monaco, il panzer tedesco si è rimboccato le maniche, zittendo tutti non a parole, ma con i fatti, perché meglio del campo nessuno può parlare. I suoi gol in biancoceleste sarebbero potuti essere molti di più, purtroppo però con l’età sono aumentati anche gli infortuni, se non ci fossero stati quelli, non avrebbe incrementato soltanto il suo bottino, ma anche i trionfi della Lazio.
In molti potranno provare ad eguagliarlo ad imitarlo, ma lui rimarrà sempre lì a guardarli tutti dall’alto. Perché lui non è un giocatore di calcio, lui è il calcio. Quello vero, pulito, fiero. Quello d’altri tempi, quello che ancora sa emozionare. Miro Klose: nove lettere che unite danno forma alla storia di questo magnifico sport.

ADDIO MITO – Tutte le storie hanno un inizio e una fine, ma è “il durante” a renderle speciali. Le lacrime, la tristezza e il ricordo prendono il sopravvento in questa giornata che nessuno avrebbe mai voluto vivere. Potranno esserci tanti altri bomber, ma quella mano al petto dopo ogni gol, con conseguente dedica alla curva, beh, quella come si fa a dimenticarla?
Forse caro Miro, avresti meritato un addio diverso, in uno stadio esaurito dopo una stagione spettacolare, ma proprio la serata di ieri fa riflettere e fa capire, quanto la tua grandezza riesca a mettere d’accordo tutti, in un periodo difficile come questo.
Ci sono tanti attimi, che potrei prendere per descriverti. Un gol o un assist, invece no, prendo il minuto 73 della partita di ieri, quando Felipe ti si avvicina per concederti l’ultima gioia e tu dimostri ancora una volta il tuo unico ed inimitabile stile, rifiutando in un primo momento la battuta del rigore, per non scavalcare le gerarchie.
Miro in questi anni ci hai insegnato la cultura del lavoro e tramandato i giusti valori, come un padre deve fare con un figlio. Vederti restare in campo dopo un allenamento con la Primavera per raccogliere i palloni, dopo che tutti sono già sotto la doccia, riassume brevemente i tuoi 38 anni di vita.
Grazie a te abbiamo gioito, riso, pianto. Grazie a te per cinque anni, abbiamo visto una luce in fondo ad un tunnel che sembra infinito. Grazie a te la mia squadra è diventata una delle più famose al mondo. Grazie a te ieri allo stadio c’erano persone da tutte le parti del mondo. Grazie a te ho imparato che con la fatica e “il non mollare mai” si può arrivare ovunque. Grazie a te ho imparato a tirar fuori un sogno troppo grande da un cassetto troppo piccolo. Grazie a te, per questo e per tanto altro, perché nessuno sarà mai in grado di emularti. DANKE MIRO!