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Giorgio Chinaglia, simbolo di una lazialità che non muore mai

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Il 1 aprile del 2012 ci lasciava Giorgio Chinaglia. A distanza di nove anni il ricordo di un simbolo di lazialità è però più vivo che mai

Il 1 aprile del 2012 in molti, quantomeno in un primo momento, hanno pensato a uno scherzo o meglio, vista la data, a un pesce d’aprile. Purtroppo però era tutto vero. Quel giorno Giorgio Chinaglia ci ha definitivamente lasciati. Una vita fatta di genio, sregolatezza, classe cristallina ed eccessi, ma che può essere riassunta in una sola parola: lazialità.

Infatti non vi è alcun dubbio sul fatto che più di una volta è stato lui il giocatore utilizzato da molti padri per tramandare la passione biancoceleste ai propri figli. Fin troppo semplice immaginare racconti e aneddoti, con il volume della tv che si abbassa, le lacrime che contornano gli occhi e la voce che diventa roca dall’emozione. Anche perché Long John di episodi da raccontare ne ha lasciati davvero tanti.

Impossibile non pensare allo scudetto del ’74, con quel suo rigore decisivo contro il Foggia, ma soprattutto quel dito verso la Sud dopo un gol in un derby contro la Roma. Un gesto e un’immagine che resterà indelebile e che riecheggerà per l’eternità, in quanto scolpito nelle menti di ogni laziale. Difficile però non ricordare anche il suo rapporto con Tommaso Maestrelli. Come se fossero padre e figlio, legati tra l’altro da una tragica fine.

Ed ecco che ricordare Chinaglia in un periodo difficile come quello che stiamo vivendo, dove andare allo stadio sembra quasi esser diventata una chimera, è quasi un obbligo e un dovere. Giorgio era e resta essenza e simbolo di lazialità. Una lazialità che ora si è quasi costretti a tener dentro sopita. La memoria però è un qualcosa che la riaccende. E ci sono personaggi che la memoria hanno contribuito a forgiarla e a formarla, come quell’attaccante con la maglia numero 9 sulle spalle, che nessuno poteva immaginare lontano da Roma. Un uomo che resterà un simbolo e una bandiera. Con il volume della tv continuerà ad abbassarsi, le lacrime che contorneranno gli occhi e la voce che sarà sempre e comunque rotta dall’emozione.

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