Strakosha, la lettera del papà: «Vorrei essere nei tuoi panni nei momenti difficili, sono orgoglioso di te».

strakosha
© foto www.imagephotoagency.it

Fotaq Strakosha – papà del giovane Thomas – ha dedicato una commovente lettera al figlio, in uno dei momenti più delicati della sua carriera

Tutti sotto esame. Il momento della Lazio non è tra i più brillanti, tutta la rosa è stata messa in discussione, giudicata, analizzata e studiata nel dettaglio. A pagare lo scotto più gravoso, però, sembra essere Thomas Strakosha. Tante le critiche avanzate all’estremo difensore, a cui ha risposto con un post su Instagram: un ‘blablabla’ che ha fatto infuriare ancora di più il pubblico tutto. Ma a rinfrancare l’animo del giovane giocatore è papà Fotaq – ex portiere e vero e proprio esempio per il figlio – che ha deciso di pubblicare una lettera per incoraggiarlo. Queste le parole commoventi, scritte dopo la dura sconfitta subita nel derby, ma rese libere solo adesso:

«Caro Thomas,

Sto tornando dallo stadio dopo un sentitissimo derby, l’ennesima partita che ti ho visto giocare. Sto ancora tremando. Mi meraviglio perché non avrei mai immaginato che potessi provare più angoscia rispetto a quella che avevo  come calciatore, ma alla fine niente è paragonabile allo stress che provo quando giochi te. Magari se non fossi stato un portiere non avrei capito cosa si prova in certi momenti, ma purtroppo, come ben sai, non è così. Fatto sta che conoscendo il ruolo così bene, sono sempre incredibilmente preoccupato per tutto ciò che ti può accadere. Alcune volte vorrei tanto mettermi nei tuoi panni, ma solamente nei momenti più difficili. Quelli felici li lascerei tutti a te e ti farei vivere solo quelli. Sto pensando a come avrei reagito io in certe occasioni e da padre vorrei assumermi tutte le responsabilità al posto tuo. Credimi, lo so che non funziona così figlio mio, ma come si dice nei posti in cui son cresciuto ‘ricompensa senza fatica la puoi ricevere solo da tuo padre e dal tuo cane’.

Guardandoti giocare ho fatto un tuffo nel passato e sono tornato a quando ero piccolo. La mia macchina del tempo personale si è fermata a 45 anni fa in un paese chiamato Memaliaj, vicino all’Argirocastro. A soli 8 anni avevo già il mio primo idolo, si chiamava Musta e faceva il portiere. Grazie a lui ho deciso di stare in porta, ho messo i guantoni e non li ho abbandonati mai. Mi sono subito innamorato del pallone, soprattutto della solitudine e dell’importanza dell’uomo sotto la porta. La mia prima società è stata la Minatori Tepelena, all’ epoca in serie B. Ho fatto tutto il viaggio dai cadetti sino all’ultimo traguardo della prima squadra. A soli 17 anni sono diventato professionista, pochi mesi dopo ero già il portiere titolare. Più o meno avevo la tua età quando mi son trasferito alla Dinamo Tirana, dove sono arrivati i primi trofei: due coppe d’Albania e un preziosissimo scudetto. A 27 anni pensavo che il sogno avesse cominciato ad avverarsi. Proprio in quel periodo scoppiò la crisi politica in Albania, con la caduta del regime dopo quattro decenni. Così insieme a mia moglie – e tua futura madre – e mio fratello ho preso la decisione più grande e difficile che avrebbe cambiato per sempre le nostre vite. Ho lasciato alle mie spalle la mia patria, il paese in cui son cresciuto e che non ho smesso mai di rispettare.

Ho lasciato casa nostra, i miei genitori a cui volevo un sacco di bene, i miei carissimi amici e le mie radici. Ho rischiato di lasciare per sempre anche il calcio, che pensavo fosse tutta la mia vita. Dicono che se hai la salute, hai speranza. Io rispondo che se hai speranza, hai tutto. Così, senza saper nulla, non avendo la minima idea di quel che sarebbe accaduto, ma sperando in qualcosa di meglio, abbiamo sconfitto paure e insicurezze e seguendo solo l’istinto siamo andati in Grecia. Non dimenticherò mai la notte più buia di tutte, quella del viaggio dal confine di Kakavijë sino a Ioannina, una notte lunga con gli occhi pieni di lacrime. Non dimenticherò mai la conversazione col tassista in greco, la notte in cui per la prima volta ho fatto il segno della croce fuori da una chiesa ortodossa senza aver paura. La prima notte in piena libertà. Siamo rimasti svegli per tutta la notte tutti e tre, stavamo cercando di conciliare tutte le perdite, di trovare uno spiraglio di speranza. Giorni e notti che non dimentichi mai, che restano incisi negli animi. Giorni bui figlio mio, non solo per me, per tutti coloro che l’hanno vissuta da vicino.

E poi arrivò il miracolo: il suono del campanello della casa che ci ospitava. E lì che ho ricevuto l’invito da un rappresentante del presidente della squadra più importante della città, il PAS Ioannina. Prima per prendere solo un caffè, così, per conoscerci, poi per farmi la proposta di giocare per la società. Ho guardato subito mio fratello negli occhi, incredulo. Gli ho chiesto come avessero fatto a trovarci. Più tardi son venuto a sapere che è stato quel tassista, un accanito fan del calcio che mi ha riconosciuto e ha sparso la voce nelle piazze giuste. Un vero e proprio miracolo.

Ho firmato subito con il PAS, ho sentito nel cuore l’ingigantirsi dello stesso sogno di quand’ero piccolo. Mi ricordo ancora la prima partita, contro il Panathinaikos di tutti quei campioni. Saravakos, Kallintzakis, Wandzik, un sacco di giocatori importanti. Abbiamo perso 2-1 ma ho parato il rigore di Saravakos. Tutti oggi ricordano quella parata impossibile del rigore di Saravakos. Io, però, quella giornata me la ricordo benissimo a causa della mia prima intervista in greco. Ero carico di stress, non sapevo parlare in greco. Per anni ho cercato di nasconderti quell’intervista.

Più tardi, il 26 ottobre, è arrivato il momento più bello della nostra vita: è nato nostro figlio, tuo fratello Dimitris. Per me e tua madre quello è stato il vero miracolo e l’abbiamo chiamato Dimitris per celebrare l’omonimo Santo che si festeggia quel giorno. A fine anno ho firmato per l’Ethnikos di Pireo e lì ho capito l’impatto che può avere l’allenatore nella vita di un giocatore. Per la prima volta qualcuno mi ha dato fiducia, mi ha fatto credere in me stesso, nelle mie potenzialità come calciatore. Insomma, per la prima volta qualcuno mi ha offerto gli strumenti per crescere professionalmente. Si chiamava Lakis Petropoulos quell’allenatore e grazie a lui sono poi aperte le porte dell’Olympiakos.

Nello stesso periodo sei arrivato tu. La nostra famiglia si è allargata e abbiamo deciso di chiamarti Tommaso, come desiderava tua nonna. Il suo pianto per il figlio perso durante i bombardamenti nella grande guerra ce l’ho ancora nelle orecchie. Ha toccato sia me che tua madre e abbiamo deciso di soddisfare quel desiderio mai espresso di tua nonna e chiamarti come quel figlio perso. Col passare degli anni tra una vita familiare molto felice e una carriera calcistica molto generosa, è arrivato il momento di appendere le scarpe al chiodo. Ho chiuso la mia carriera nel paese in cui mi sono affermato come professionista. La Grecia. 

Il tuo approccio al calcio è stato più o meno il sogno di ogni padre. Sei cresciuto avendo me come idolo, come punto assoluto di riferimento. Debbo confessarti che la mia soddisfazione più grande è stata tornare a casa e trovarti vedere e rivedere le mie parate più importanti. Da allora avevo capito la tua determinazione e la tua voglia immensa di affermarti nel mondo del calcio. Dio, quanto sei stato determinato! Già a dieci anni hai cominciato a salvaguardare te stesso, la tua dieta, il tuo riposo, hai organizzato tutta la tua vita per dare il massimo in allenamento. 

A Cipro ho capito per bene che quella non era solo determinazione, ma la tua passione, il tuo sogno. Mi sono reso conto che t’impegnavi sempre di più, che volevi questo dalla tua vita. Ascoltavi e soprattutto seguivi sempre i consigli dei tuoi allenatori, cercavi di correggere le tue debolezze, di colmare le tue lacune. Lì ho avuto il tempo necessario e la fortuna di occuparmi di te, di aiutarti a migliorare, di trasmetterti tutto quello che avevo imparato nella mia esperienza calcistica. L’unica cosa che ti mancava era l’esperienza. Dopo un breve ritorno al Panionios è arrivata la chiamata della Lazio e l’Italia. Non scorderò mai il viaggio in Italia. Eri giovanissimo e siamo stati agli allenamenti del mio amico Dimitris (ndr Eleftheropoulos) a Trigoria.Tornati a casa hai scritto dietro a una foto – a Piazza del Popolo se non sbaglio – ‘questa volta da turista, la prossima da calciatore protagonista’. Nonostante la tua giovanissima età e le mie paure, sei rimasto per 5 anni da solo in un paese straniero, hai lavorato sodo e sei riuscito a diventare il portiere titolare di una grande squadra come la Lazio.

In una delle più grandi società europee hai già conquistato una Coppa Italia ed una Supercoppa italiana. Nel frattempo, hai scelto di indossare la maglia della nazionale albanese, una scelta che ho appoggiato al cento per cento. Mi hai reso orgoglioso perché conosco benissimo i tuoi motivi. Hai scelto il paese d’origine dei tuoi genitori rispettando le nostre radici. 

Ormai hai aperto le tue ali e stai volando figlio mio. Ti meriti tutto ciò che stai vivendo, è tutta opera tua. Devo ammettere che ammiro il tuo carattere. A prescindere da quanto sia stato severo con te in passato, stanne certo che la mia soddisfazione è enorme, il mio orgoglio è inimmaginabile. Sei un ragazzo con i piedi per terra e sono fiero di te. Stai inseguendo i tuoi sogni conquistando i tuoi obiettivi personali l’uno dopo l’altro.

Si dice che il regalo più importante che possa dare un padre al figlio è farlo diventare migliore di sé. Noi ce l’abbiamo fatta, figliolo. Dovresti solo goderti il viaggio per tutto il suo percorso, nel bene e nel male. Si tratta di un viaggio magnifico che pochi hanno la fortuna di vivere. Spero di averti aiutato a costruire le basi per farti stare sereno a un livello così alto. È una grande soddisfazione sapere che sei felice. La tua dedizione e i tuoi sacrifici dimostrano il tuo rispetto verso quello che fai.

Lascia stare me. Io sarò sempre ansioso, angosciato, avrò sempre il cuore che batte a mille ogni volta che ti vedrò scendere in campo. Una parte di me starà sempre lì con te, tra i pali.

Ti voglio bene, il tuo papà».