Cosenza Biancoceleste, il fondatore Chiodo: «Lazio come metodo di aggregazione. Palermo? L’avversario è la deconcentrazione». E sul derby…

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La Lazio, che strana passione. Ma vi siete mai chiesti come fa un ragazzo, che non vive a Roma, a diventarne tifoso? In esclusiva per Lazio News 24, il fondatore del «Cosenza Biancoceleste», Ottavio Chiodo, ha raccontato come può l’amore per la propria squadra abbattere le barriere della distanza. In quali difficoltà doveva imbattersi e quanti sacrifici doveva affrontare qualche anno fa un laziale non residente nella Capitale per restare vicino all’ambiente. Ecco di seguito l’intervista completa.

 

Intanto partiamo dalle origini. Come mai sei diventato laziale, c’è una squadra in particolare a cui ti sei affezionato?
«Più che di una squadra, mi sono innamorato, calcisticamente parlando, di un giocatore: Bruno Giordano. Lo contrapponevo sempre a Paolo Rossi e mi sembrava assurdo che in Nazionale non fosse titolare. Alla fine degli anni ’70, inizio ’80, si capì finalmente che era il prototipo di centravanti moderno. Non era statico come la classica prima punta di quarant’anni fa. E così, grazie a lui, mi affezionai poi anche al club. In quella fase la Lazio militava in Serie B, erano tempi difficili per chi ne faceva il tifo ma non era di Roma. I mezzi di comunicazione non erano sviluppati come lo sono adesso, quindi era complicato apprendere notizie. Con un mio amico acquistavamo Il Tempo, quotidiano che fino ai primi anni Duemila veniva distribuito in Calabria, oppure leggevamo la sera i risultati in tv. Negli anni ’80 ero anche molto appassionato del movimento Ultras, frequentavo spesso l’ambiente della Curva nella mia città e riuscì a entrare a contatto con diversi ragazzi di Roma. Una volta raggiunta la maggiore età iniziai a viaggiare più spesso, vivendo da protagonista la ‘resurrezione’ della società. Partendo dall’orlo della Serie C con la banda di Fascetti e gli spareggi contro Taranto e Campobasso, proseguendo col ritorno in Serie A e le difficoltà delle prime stagioni, fino alla grande Lazio di Cragnotti».

 

Quanti campioni vestivano la maglia biancoceleste in quel periodo, che ricordo hai della squadra che vinse lo Scudetto del 2000?
«Sicuramente era fra le migliori d’Europa, vinse molto meno di quello che poi ha raccolto. L’anno dopo (quello in cui fu la Roma a laurearsi Campione d’Italia, ndr) sprecammo patricamente l’intero girone d’andata. Eriksson pensava già alla panchina dell’Inghilterra, poi con Zoff provammo una rincorsa incredibile ma arrivammo terzi. Bastava che lo svedese fosse stato esonerato un mesetto prima, saremmo arrivati secondi nella peggiore delle ipotesi. In quella stagione credo però fosse destinata a vincere il titolo la Roma, grande squadra per carità, ma ancora ricordo quella regola sugli extracomunitari cambiata a campionato in corso…».

 

Con gli anni poi venne la scelta di fondare il club…
«Si, tutto è partito nel 2011, quando sbarcai per la prima volta su Facebook. In precedenza conoscevo dei ragazzi laziali a Cosenza, con i quali mi incontravo sempre per commentare la partita. Eravamo una decina circa, ma fra loro non tutti si conoscevano. Dopo qualche mese pensai di fondare un gruppo sul social network in cui confluire tutti questi amici, per poter parlare li delle partite, ognuno nella libertà di aprire un topic. Col tempo il gruppo aumentò nel numero di membri, qualcuno chiedeva di iscriversi, altri li invitavamo. Fra questi anche il proprietario del bar “Colosseo”, che conoscevo di vista. Sapendo che era in possesso dell’abbonamento Sky, nel gennaio 2013 mi venne in mente di andare a vedere la partita lì tutti insieme. La prima occasione fu Lazio-Atalanta, da quella volta è diventato un appuntamento fisso incontrarci. Inizialmente non eravamo molti, qualcuno era diffidente, altri erano timidi, al massimo eravamo in sei. Adesso però si è creato un bel clima, si è realizzato lo scopo che mi ero prefissato, ovvero di creare una cerchia di amici. Ogni domenica siamo intorno alla ventina, qualcosa in più quando ci sono partite di cartello. Oggi conto 122 persone in totale, circa 60 quelle attive che partecipano alle iniziative, ma conosco tanta altra gente laziale che non è presente sui social».

 

 

Qual è stato l’episodio che ricordi con più piacere?
«Il culmine fu raggiunto nel maggio del 2015 per la finale di Coppa Italia contro la Juventus, riuscimmo ad organizzare la trasferta in pullman. Ottenemmo l’obiettivo sperato, possedere un gruppo che sia un metodo di aggregazione, per riunire tutti i laziali di Cosenza e provincia, per passarci il tempo e sentirci meno soli grazie alla consapevolezza che qualcuno condivide la nostra stessa passione. In questo devo ringraziare Facebook, è uno strumento utilissimo se usato nel modo giusto. Sottolineo comunque che non siamo un club ufficiale, ma solo un gruppo che riunisce gente laziale di Cosenza e zone limitrofe».

 

 

Domenica sarà Palermo-Lazio, che partita ti aspetti?
«Sono quelle gare in cui hai tutto da perdere e nulla da guadagnare. La Lazio è nettamente più forte del Palermo, per questo motivo se vinci hai fatto il tuo, altrimenti hai perso una buona occasione. Oltre ad essere in casa, loro cercano punti salvezza. Inserisco infatti i rosanero all’interno di quel minitorneo formato da Crotone, Empoli e Pescara, tutte squadre che lotteranno fino alla fine per non retrocedere. Quindi, secondo me l’avversario, più del Palermo, sarà la deconcentrazione visto che fra una settimana c’è la partita attesa da tutti».

 

Come giudichi fin qui il percorso dei capitolini e delle rivali?
«Quest’anno abbiamo solo il campionato, aspetto che incide molto nel cammino stagionale. Inzaghi ha grandi meriti, ma anche la fortuna di allenare un gruppo che si conosce da molto tempo. Tranne per il partner in difesa di de Vrij e Immobile al posto di Klose, non è cambiato nulla da due anni a questa parte. Dobbiamo sperare di non subire infortuni gravi nei ruoli cardini della formazione, se così sarà, possiamo toglierci grosse soddisfazioni. Reputo il derby la partita decisiva, nel senso che, se dovessimo battere Palermo e Roma si andrebbero ad aprire scenari interessanti. Sperando ovviamente di vincere, pure un pareggio nella stracittadina non sarebbe da buttare, resteresti nel calderone e, visto il calendario, rischieresti di arrivare a Natale e trovarti al secondo posto. Fra le rivali il Milan sta andando oltre le proprie potenzialità, una squadra giovane potrebbe più avanti peccare di inesperienza. L’Inter è abbastanza staccata, il Napoli è la più pericolosa, anche se ha subito un contraccolpo psicologico con l’addio di Higuain. Ripeto, una vittoria al derby ti darebbe maggiore consapevolezza dei propri mezzi, manderesti i tuoi rivali in paranoia».

 

Infine su Keita e Felipe Anderson…
«Sono giovani soltanto sulla carta d’identità, in realtà da diversi anni militano in Serie A. Keita deve migliorare a livello disciplinare perché coi piedi è forte, ha un’ottima carriera di fronte a sé, deve solo diventare più cinico. Il brasiliano invece è la nostra chiave di volta, se in giornata è praticamente immarcabile. A mio parere le uniche carenze in rosa sono due: la mancanza di un vice Immobile e quella di un vice Biglia. Se a gennaio non vendiamo big, compriamo Paloschi e un regista, giovane ma di prospettiva, la Lazio diventerebbe una squadra in grado di giocarsela con tutte. Cataldi? E’ l’unico nostro giocatore con le qualità per sostituire l’argentino, ma deve ancora crescere molto. Sa fare entrambe le fasi, deve capire meglio alcuni tempi di gioco, ma ha tutte le carte in regola per farlo. Poi è laziale, gioca per la maglia cui fa il tifo. Occhio poi ai tanti giovani che Inzaghi sta lanciando, soprattutto Murgia. Oppure Rossi, il centravanti della Primavera, gli auguro un exploit come quello di Keita».