Terze proprietà, l’ex Jiménez: «Ecco cosa ho subito. Dietro un calciatore c’è una persona…»

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Nell’ultimo periodo in Inghilterra si parla molto dello scandalo TPO (Third Party Ownership), ovvero la terza proprietà sui cartellini dei giocatori solitamente appartenenti a fondi e agenti. Vietati oggi dalla FIFA, anche un ex calciatore laziale lo ha purtroppo vissuto in prima persona. Così Luis Jiménez ha raccontato la propria storia ai microfoni di goal.com: «Avevo molte richieste, andavo sempre in prestito, facevo bene, ma poi tornavo sempre a Terni e ogni volta era sempre la stessa storia. Ricevevo offerte, ma non c’era modo di riuscire a parlare con la società, poi all’ultimo giorno di mercato mi spedivano da qualche parte. L’attesa era snervante». Dopo tre stagioni all’Inter, si ritrovò addirittura in Lega Pro: «Già, proprio così. All’Inter avevo fatto bene, infortunio permettendo (strappo al quadricipite, 19 centimetri di ferita, ndr) ed ero convinto che i nerazzurri mi riscattassero dalla comproprietà, anche perché avevo ricevuto rassicurazioni in questo senso dalla società. Invece, Ternana, che nel frattempo era retrocessa in Lega Pro, offre di più alle buste e io mi ritrovo di nuovo a Terni. Dalla Champions alla Lega Pro, potete immaginare come mi sia sentito. E anche quella volta non c’era modo di parlare con nessuno, non avevo un interlocutore, non sapevo cosa ne sarebbe stato di me. Era evidente che non sarei potuto restare in Lega Pro, ma nessuno sembrava preoccuparsene. Poi, come al solito l’ultimo giorno di mercato, finisco a Cesena. Facciamo benissimo, ci salviamo contro ogni pronostico, una stagione meravigliosa. A fine anno, però, la solita solfa…». Allora il cileno si libera con l’articolo 17: «Non avevo alternativa, perché in Italia avevo sì l’offerta del Cesena, ma da Terni non si riusciva ad avere una risposta. Poi l’ultimo giorno arriva l’ok, ma a quel punto io avevo già deciso. Mi sono liberato e sono andato via. Tuttavia, se ti avvali dell’articolo 17, puoi solo andare in una squadra di un’altra federazione e, a mercati europei chiusi, ho deciso di andare a Dubai».

ITALIA E TUTELA – «Già, l’Italia mi manca molto. Mi manca il cibo, lo stile di vita, gli amici, tutto. Se tornerei? Di corsa, ma non so chi voglia un “vecchietto” come me… A 32 anni ho fatto quello che dovevo in Europa. Certo, a me piacerebbe, e se arrivassero offerte le valuterei sicuramente, ma oramai in Italia si cerca sempre di fare l’affare per poi rivendere…». Tanti giocatori hanno vissuto situazioni simili: «Non so se i TPO siano veramente spariti del tutto. Secondo me ci sono ancora cose da regolarizzare. Comunque, credo che ci voglia maggiore tutela verso i calciatori, perché i contratti si firmano in due e quando le cose vanno male, dall’una o dall’altra parte, non si può tornare indietro. Quando sento che i giocatori vengono messi fuori rosa per questioni contrattuali, ricordo come ho vissuto io quei momenti e non è giusto che un ragazzo subisca le stesse situazioni. Se ad un giovane dovesse capitare quello che è successo a me, gli consiglierei di contornarsi di persone che gli vogliono bene, di non abbattersi neanche nei momenti più difficili, di continuare a fare le cose per bene, allenarsi con intensità per farsi trovare pronto quando la tempesta passerà. A chi sta dall’altra parte, però, ricordo che dietro al calciatore c’è sempre una persona, che soffre come tutti e che merita rispetto».