Koulibaly racconta: «Contro la Lazio ho vissuto per la prima volta il razzismo e un bambino mi disse…»

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Koulibaly e la lettera scritta per ‘The Players Tribune’

Il difensore del Napoli, Kalidou Koulibaly, si è raccontato a cuore aperto attraverso le colonne del portale ‘The Players Tribune’. La sua storia, le sue origini, il periodo napoletano e il razzismo. Una brutta piaga dell’Italia che Kalidou ha toccato da vicino. «La prima volta che ho veramente vissuto il razzismo nel calcio è stato contro la Lazio qualche anno fa. Ogni volta che prendevo palla sentivo i tifosi che facevano dei versi da scimmia. Mi dicevo che forse me lo stavo solo immaginando. Quando è uscita la palla ho chiesto ai miei compagni: ‘Ma lo fanno solo a me?’».

Lo spiacevole episodio: «La partita è ripresa e mi sono accorto che alcuni tifosi della Lazio facevano ‘buu buu’ ogni volta che toccavo la palla. È impossibile sapere cosa sia meglio fare in quel momento. Ci sono stati dei momenti in cui sarei voluto uscire dal campo per mandare un messaggio, ma poi mi sono detto che era proprio quello che si aspettavano che facessi. Ricordo che mi dicevo “Perché lo fanno? Perché sono nero? Non è normale essere nero in questo mondo?»

Koulibaly prosegue: «Stai facendo il gioco che ami come avevi fatto mille volte prima. Ti senti ferito. Ti senti insultato. Arrivi addirittura  a un punto dove quasi ti vergogni.  Dopo un po’ l’arbitro, il Sig. Irrati, ha fermato il gioco, mi è corso incontro e mi ha detto: ‘Kalidou, sto con te, non ti preoccupare. Facciamo finire questi “buu”. Se non vuoi finire la partita fammi sapere’.  Penso che sia stato molto coraggioso, ma gli ho detto che volevo finire la partita. Hanno fatto un annuncio al pubblico e, dopo tre minuti, abbiamo ripreso a giocare. Ma i ‘buu’ non si sono fermati. Dopo il fischio finale camminavo verso il tunnel ed ero arrabbiatissimo, ma poi mi sono ricordato di qualcosa di importante. Prima della partita c’era una giovane mascotte con cui sono entrato in campo mano nella mano, mi aveva chiesto la maglia e gli avevo promesso di dargliela dopo la gara. Quindi mi sono girato e sono andato a cercarlo. L’ho trovato sugli spalti e gli ho dato la mia maglia. E indovinate la prima cosa che mi ha detto? ‘Chiedo scusa per quello che è successo’. Mi ha colpito molto. Questo bambino chiedeva scusa per non so quanti adulti, e la prima cosa a cui pensava era come mi sentivo io. Gli ho detto: ‘Non fa niente. Ti ringrazio. Ciao’. Questo è lo spirito di un bambino. È questo che manca al mondo in questo momento. Ci sono tre cose che non si possono comprare da nessuna parte: l’amicizia, la famiglia e la serenità. Spero che un giorno lo capiranno anche quelli che mi fanno “buu”»