Coronavirus, Castellacci: «Ripresa? Ho qualche perplessità…»

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© foto foto Antonello Sammarco/Image Sport nella foto: telecamera pallone

Enrico Castellacci – Presidente dei medici sportivi – a TMW ha detto la sua sull’emergenza Coronavirus e il mondo del calcio

A TMW,  il Presidente dei medici sportivi – Enrico Castellacci – ha detto la sua su come il mondo dello Sport abbia risposto all’emergenza Coronavirus: «Per la ripresa la scelta ricade sui vertici mi sembra logico. Il governo va avanti su giudizio medico e ci affidiamo a loro. Il criterio più importante è quello dei virologi e trovo giusto che le istituzioni sportive, parlo di Malagò o Gravina, cerchino di dare delle scadenze. Cerchiamo di programmare, ho qualche perplessità pensando a questi tempi rapidi».

ALLENAMENTI – «Volersi allenare nelle settimane scorse voleva dire non far tesoro dell’esperienza passata. Noi siamo partiti due mesi dopo la Cina. Lì hanno bloccato subito i campionati e la loro Champions League. Noi non l’abbiamo fatto e sappiamo perché. Riprendere gli allenamenti in anticipo come prospettato, mi sembrava mancanza di buon senso e senso civico. Aspettiamo di capire cosa decide il governo, ma credo si allunghino ulteriormente i tempi. Ma questi giocatori dovranno fare un nuovo ritiro per rifare la preparazione. Come Presidente dei medici sportivi italiani ho mandato una missiva per far comprendere che sarà importante ripetere le visite di idoneità. Per i calciatori che sono stati positivi bisognerà fare dei test supplementari. Abbiamo visto da alcuni esami sui deceduti che possono rimanere delle alterazioni, delle cicatrici, che potrebbero danneggiare l’atleta. Si dovranno fare dei test aggiuntivi per scongiurare effetti collaterali, sarà fondamentale».

PORTE CHIUSE«Per forza. Abbiamo il pericolo degli asintomatici e spesso lo dimentichiamo. Il pericolo grosso sono loro, perché sono di più di quanto si pensi. Non ci sono solo giocatori, tutto lo staff dove lo mettiamo? A porte chiuse si muovono comunque un centinaio di persone, più i giornalisti. Oggi c’è paura di stare in due o tre, il rischio ci sarà sempre».

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