
Il figlio di Luciano Re Cecconi interviene: dal rapporto tra società e tifosi alla gestione del club, fino alla necessità di continuare la contestazione contro Lotito
Stefano Re Cecconi, figlio di Luciano Re Cecconi, uno dei simboli della Lazio campione d’Italia nel 1974, è tornato a parlare del momento vissuto dal club biancoceleste. Lo ha fatto attraverso una lunga lettera pubblicata sulle pagine de Il Tempo, nella quale ha affrontato soprattutto il rapporto tra società e tifoseria.
Una riflessione che va oltre i risultati ottenuti sul terreno di gioco. Re Cecconi riconosce infatti gli aspetti positivi dell’avvio di stagione e del mercato, ma individua nella mancanza di dialogo e nel rapporto con il popolo laziale il principale problema ancora irrisolto.
Re Cecconi tra mercato e rapporto con la tifoseria: «Quello che è mancato è l’apertura»
Re Cecconi ha aperto il suo intervento sottolineando come, nonostante il trascorrere dei mesi, la situazione che considera centrale sia rimasta sostanzialmente invariata:
«Caro Direttore, mi viene da riassumere tutta questa situazione con una battuta: niente di nuovo sul fronte occidentale. Sono passati mesi dalla mia ultima lettera e, sul punto che conta, non si è mosso nulla. Permettimi di ringraziare Il Tempo, perché ci vuole coraggio a tenere aperto uno spazio così. È un tema scomodo, che troppo spesso è rimasto sottotraccia. Che se ne parli è qualcosa di unico. Comincio dalle cose positive, perché ci sono. Il campionato è partito bene. E il mercato, tutto sommato, è stato discreto rispetto alle possibilità che la società aveva in quel momento: non è utile né giusto dire che è tutto sbagliato. Quello che è mancato, ancora una volta, è l’apertura. Quel gesto che avrebbe aiutato la crescita della Lazio molto più di un acquisto. Perché il problema è un altro, e riguarda il rispetto».
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Lazio, Re Cecconi sostiene la protesta dei tifosi
Il passaggio più netto riguarda il rapporto con la storia della Lazio e una contestazione che, secondo Re Cecconi, ha ormai assunto dimensioni molto più ampie rispetto al semplice malcontento di una parte della tifoseria:
«Quando si calpesta la storia, quando non si trova mai una parola positiva verso il passato, i tifosi se lo ricordano. Giustamente. Forse ci passerebbero sopra se davanti avessero una grande squadra, ma ormai i rapporti sono compromessi su tutta la linea. Io speravo in una svolta, in un segnale che aprisse un futuro. Non è arrivato. Si continua a navigare a vista, sperando che qualcosa cambi da sé. E il futuro, sinceramente, non lo vedo. Gestire una società importante come la Lazio con la mentalità di una provinciale è la cosa che più mi fa male. Quest’anno ci si è mossi con i prestiti, va bene, ma guardando un po’ più in là la prospettiva non esiste. Dopo vent’anni, credo sia il momento di dare un taglio a tutta questa situazione. Per questo sono contento che noi tifosi andiamo avanti con la protesta. È giusto così, perché la gente non si riconosce più in questa società e in questa persona. E non si tratta più di una porzione di pubblico scontenta: è una cosa estesa, generale. Ed è una protesta civilissima, una cosa mai vista nel calcio, che proprio per questo sta facendo parlare. Chi le dà voce va ringraziato».
Il richiamo di Re Cecconi al dialogo e l’esempio di Maestrelli
Nella parte conclusiva della lettera, Stefano Re Cecconi si concentra direttamente sul modo in cui una società dovrebbe rapportarsi ai propri sostenitori. Nel suo ragionamento compare anche il ricordo di Tommaso Maestrelli, allenatore dello storico primo Scudetto biancoceleste:
«Poi c’è un punto che mi colpisce più di tutti. Non ho mai sentito, in nessuna parte del mondo, un presidente rivolgersi così alla propria tifoseria. Mai. Il tifoso può sbagliare, certo, e quando c’è maleducazione va ripreso. Ma il tifoso sbaglia di pancia, con il cuore, in buona fede. È quello che mette i soldi a fondo perduto, soltanto per amore. Va rispettato. E anche le critiche che sembrano cattive, se nascono dall’amore per il proprio club, andrebbero capite. Soprattutto ascoltate. Un uomo forte, del resto, non teme la contestazione. Mi hanno raccontato i vecchi compagni di papà che Maestrelli, nell’anno precedente allo scudetto, andò di petto ai tifosi per spiegare le sue ragioni. E tornò tra gli applausi. Non tutti hanno la sua sensibilità. Ma non nascondersi, dire le cose come stanno, fare un passo verso gli altri: quello resta fondamentale. Invece anche l’ultima amichevole, quella con l’Arezzo, si è giocata a porte chiuse. Un’altra occasione buttata. Intanto guardo i nostri in trasferta e penso a che bacino d’amore sarebbe, se solo qualcuno volesse raccoglierlo. Basterebbe parlare, e sboccerebbe in pochissimo tempo. È una situazione triste. Ma finché resta quell’amore, la speranza non muore».
La lettera pubblicata da Il Tempo mette dunque al centro una richiesta precisa: ricostruire il dialogo tra il club e il suo pubblico. Per Re Cecconi, la questione non riguarda soltanto mercato e risultati, ma soprattutto identità, rispetto della storia e rapporto con una tifoseria che continua a manifestare il proprio dissenso.