Casiraghi compie 47 anni: “Alla Lazio gli anni più belli della mia carriera”

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“Il calcio non ha più lo stesso fascino perché ora c’è molto distacco tra il giocatore e il tifoso, tra il giocatore e la stampa, tra il calciatore e la realtà che lo circonda. Prima era tutto più semplice, noi eravamo un tutt’uno con l’ambiente e, nel bene o nel male, eravamo integrati nella realtà in cui vivevamo. Ora, invece, ci sono ragazzi di poco più di 20 anni che mi sembrano marziani, che non sorridono quasi mai. Io, invece, mi sono divertito da morire, soprattutto nel periodo in cui ho giocato a Roma nella Lazio. Sono stati gli anni più belli della mia vita. Il gruppo era molto forte, molto unito. C’era gente di personalità e di una simpatia unica, quindi noi ci divertivamo proprio negli allenamenti, durante la settimana, e non tornavo quasi mai a casa stanco o annoiato. Durante le partite non sempre ci divertivamo (e scoppia a ridere…) ma l’ambiente era fantastico. Io ero innamorato della gente di Roma e dei tifosi della Lazio. A distanza di anni ho ancora negli occhi quello stadio sempre pieno, le scenografie magnifiche della Curva Nord e mi reputo un fortunato per aver potuto vivere quel periodo da protagonista in campo”.

 

Gigi Casiraghi compie oggi  47 anni. Nato a Monza, cresciuto nella Juventus, “Gigi Tyson” ha vissuto con la Lazio il periodo più bello della sua carriera, anche se ha vinto solo una Coppa Italia con quella maglia biancoceleste addosso. Ma è entrato nel cuore della gente per la sua grinta, la sua generosità, il suo attaccamento ad un club in cui è capitato quasi per caso, fortemente voluto da Dino Zoff. Ma ha amato la Lazio al punto che ancora oggi è considerato uno dei centravanti che hanno reso mitica quella maglia numero 9 biancoceleste, anche se non ha segnato quanto Piola e non aveva il carisma di Giorgio Chinaglia.

 

“Nell’estate del 1993 ho scelto di andare via dalla Juventus perché c’erano i Mondiali alle porte e io mi giocavo un posto in Nazionale. Potevo convincere Sacchi a portarmi negli Stati Uniti solo giocando con continuità e segnando tanti gol, perché la concorrenza era fortissima in quel ruolo. Per me la Nazionale è sempre stata importante perché, dovunque sono andato a giocare, è sempre stata la mia maglia: dalla selezione Under 16 fino alla Nazionale maggiore le ho indossate tutte. Perché, fin dall’inizio, vestire la maglia azzurra è sempre stato qualcosa a cui tenevo tanto e, quindi, per avere una chance di andare ai Mondiali dovevo per forza di cose andare via dalla Juventus. A posteriori è stata una scelta giusta, visto che a Roma e con la Lazio ho vissuto un’esperienza magnifica, la più bella della mia vita: ma in quel momento, non fu una decisione facile da prendere, perché lasciavo una Juventus costruita per vincere tutto per andare a giocare in una squadra che non vinceva da quasi vent’anni”.

 

Il trasferimento a Roma significa l’inizio di una nuova vita, completamente diversa da quella vissuta da Casiraghi fino al quel momento. Passa dalla quiete della Brianza prima e di un ambiente comunque soft come quello di Torino al caos romano. Ma anche da un presidente tradizionalista come Giampiero Boniperti a un innovatore come Sergio Cragnotti, che ha un’idea di calcio e di società-azienda completamente diversa da quella della Juventus e degli Agnelli.

 

“All’inizio è stato tutto un po’ traumatico, come succede spesso quando scegli di fare dei cambiamenti così radicali. Ma non è stato un salto nel buio perché, comunque, prima di scegliere la Lazio ho parlato a lungo e più di una volta con Dino Zoff e anche con alcuni compagni di Nazionale, come Beppe Signori. Ma quando passi da un ambiente come quello della Juventus a quello della Lazio, la differenza si sente. E non parlo tanto dal punto di vista dell’organizzazione della società, quanto dello stile di vita. Ma mi sono abituato presto, perché l’impatto con la realtà romana e, soprattutto, con la gente laziale è stato bello fin dall’inizio. Anzi, straordinario. E, devo dire, che è stata proprio l’idea di giocare in quello stadio e davanti a quella gente uno dei motivi che mi ha spinto ad accettare l’offerta di Cragnotti senza pensarci troppo.  Sono venuto a Roma tante volte da avversario ma, anche se sono nordico, ho sempre amato il calore, quel modo di tifare molto inglese che avevano allora i tifosi della Lazio. E, per un giocatore, l’ambiente che ti circonda è importante quasi quanto il valore della squadra: perché, a volte, ti spinge a dare quel qualcosa in più che fa la differenza, a mettere in campo anche quello che credi di non avere dentro di te in certi momenti. E poi io amo il caldo, amo il sole, quindi da questo punto di vista Roma è il massimo per me. Dentro di me, infatti, sono molto terrone e molto poco brianzolo”.

 

Lo dice ridendo di gusto, mentre osserva Barbara, sua moglie, che annuisce e scappa via a fare la spesa in bicicletta.

 

“Io odio il freddo e poi Roma comunque mi è piaciuta subito, al primo impatto. Se penso a Roma mi viene in mente la luce, i colori che sono più accesi che altrove e, in una giornata di sole, il cielo è di un blu talmente intenso da toglierti quasi il fiato. E poi Roma è una città passionale, anche esagerata sotto tanti aspetti, ma è la piazza ideale per chi ama il calcio. Senza considerare poi il fatto che anche Cragnotti mi ha conquistato da subito. Era molto diverso da Boniperti, ma aveva dei punti in comune con la visione imprenditoriale della famiglia Agnelli. Era un vulcano di idee, ma è sempre stato un presidente non invadente, di quelli che ci sono sempre quando ne hai bisogno ma che non ti mettono pressione e che non entrano mai nelle questioni tecniche. E non è poco, soprattutto vedendo tanti presidenti di oggi che cercano di essere più personaggi loro dei veri attori del calcio: ovvero di chi siede in panchina o di chi scende in campo. Per questo, non mi sono mai pentito, neanche per un solo istante, di aver lasciato la Juventus e di aver sposato la causa laziale”.

 

A Roma Casiraghi ritrova Zoff, che lo ha voluto come e forse più di Boniperti alla Juventus e, poi, ha convinto Cragnotti a portarlo alla Lazio. Ma Gigi incrocia soprattutto Beppe Signori, che ha appena vinto la classifica dei cannonieri e ha conquistato a suon di gol un posto in Nazionale. Sulla carta, quella formata da Casiraghi e Signori è una coppia da sogno, che si integra alla perfezione ma, all’inizio, non sono tutte rose e fiori. Anzi, quando Cragnotti nel mercato di novembre acquista con un blitz improvviso in Costa Azzurra Alen Boksic dal Marsiglia, qualcuno pensa addirittura che l’avventura romana di Casiraghi sia già finita ancora prima di iniziare. Ma i tifosi lo amano, si crea fin dalla prima amichevole estiva un rapporto fantastico. È il 24 agosto e Gigi segna un gol all’Inter di Zenga, Bergomi, Schillaci e Bergkamp e la Lazio vince 3- 0. Quella sera, dopo la partita, andiamo a cena in un ristorante a Prima Porta insieme a due dei membri della Gialappa’s Band, a Massimo Marianella, Luca Marchegiani e signora e, soprattutto, Sandro Piccinini. Che diventa il protagonista involontario della serata insieme a Barbara, la moglie di Gigi.

 

Casiraghi è un ragazzo umile, alla mano, quindi quel suo sorriso e quella sua semplicità mi conquistano immediatamente. Barbara è molto simile a Gigi come carattere e anche lei in pochi minuti conquista tutti i presenti. Non solo perché è una bella ragazza bionda con lo sguardo dolce e uno splendido sorriso, ma perché, ad un certo punto della cena, parlando dei giornalisti sportivi e soprattutto dei telecronisti, se ne esce così.  “Mamma mia, alcuni sono così noiosi da sentire, quasi insopportabili. Uno, poi, è terribile, non fa altro che dire sciabolata di qui, sciabolata di là: sembra di ascoltare una telecronaca di scherma invece che di calcio”.

 

Scoppiamo tutti a ridere, Barbara è perplessa, non capisce che cosa ha detto di così strano da provocare una simile reazione; fino a quando Sandro Piccinini, dopo aver incassato con grande signorilità il colpo, ridendo come tutti noi le sussurra: “Veramente sono io quello della sciabolata…”. Lei diventa rossa come un peperone, gli chiede scusa mille volte, mentre il marito la guarda scuotendo la testa e sorridendo, quasi rassegnato. Quando l’ho vista a Monza, in occasione dell’intervista a casa Casiraghi, mi è tornato subito in mente quell’episodio, anche perché Barbara è la stessa di vent’anni fa e, con Gigi, forma una coppia splendida che ha dato alla luce due figli meravigliosi.

 

Ma torniamo all’inizio dell’avventura laziale. Gigi passa mesi difficili, perché Zoff non se la sente di schierare il tridente pesante Boksic-Casiraghi-Signori, quindi per lui c’è poco spazio. E il primo gol in campionato arriva addirittura il 19 dicembre, nell’ultima partita dell’anno nella trasferta di Lecce, in cui gioca solo perché Signori è infortunato. E lui non tradisce. Segna il gol della vittoria al novantesimo e negli spogliatoi dedica la vittoria a Cragnotti e ai compagni della panchina. Gigi segna solo 5 gol in quella stagione, di cui 4 in campionato, ma sbarca lo stesso negli Stati Uniti con la Nazionale. L’avventura sembra già finita dopo la sconfitta all’esordio con l’Eire e l’espulsione di Pagliuca all’inizio della sfida con la Norvegia. Invece la squadra arriva fino alla finale di Pasadena, persa ai rigori contro il Brasile.

 

“È stato un campionato del Mondo tutto particolare, perché si giocava in orari assurdi con un caldo soffocante e un’umidità che ti tagliava le gambe e ti toglieva il respiro. Una cosa allucinante, la morte del calcio. Siamo arrivati alla fine cotti, con troppi giocatori in condizioni precarie”.

 

Uscito traumatizzato dall’esperienza mondiale con Sacchi, al ritorno a Roma ad attendere Casiraghi e i giocatori della Lazio c’è l’altro integralista per eccellenza del calcio italiano: Zdenek Zeman. Ma, per Gigi e gli attaccanti della Lazio, inizia la vera pacchia: 7 reti segnate in un colpo solo al Foggia, addirittura 8 alla Fiorentina di Batistuta, Toldo e Rui Costa: un vero e proprio festival del gol.

 

“Con Zeman è iniziato il divertimento, quello vero, ma la domenica. Perché se mi dici Zeman, il primo termine che mi viene in mente da abbinare al suo nome è: fatica! Ma poi inizia la scoperta di un calcio diverso, solo in parte simile a quello di Sacchi. Perché si partiva dallo stesso concetto base, ma era strutturato in modo diverso. Sacchi prestava attenzione a tutta l’organizzazione di gioco, quindi sia alla fase offensiva che a quella difensiva, mentre Zeman era per il 90% solo fase offensiva. Questo, da una parte, è bello se tu fai l’attaccante, ma dall’altra no, perché se vuoi anche vincere diventa un problema; perché, almeno in Italia, nessuno è mai riuscito a vincere partendo dal presupposto di affrontare l’avversario a viso aperto puntando sempre e solo a segnare un gol di più. La cosa fantastica era che, quando entravi in campo, sapevi in ogni situazione di gioco come comportarti, dove andare, che movimento fare per farti trovare pronto a spingere il pallone in rete. Perché tanti gol li segnavi solo spingendo il pallone in rete e spesso e volentieri anche a porta vuota o calciando un rigore in movimento a pochi metri dal portiere. Per me quello era il calcio ideale, proprio perché esaltava quelle che erano le mie caratteristiche: non solo fisiche, ma calcistiche. Quindi io, con lui, ho fatto i migliori anni della mia carriera, sia a livello realizzativo che di prestazioni: perché, al di là dei quattro gol segnati in una partita sola alla Fiorentina o delle tante reti realizzate, io in campo mi divertivo proprio”.

 

Gigi, come del resto tutta la squadra, si diverte un po’ meno in ritiro o durante gli allenamenti. Dal wash-out, la dieta a base solo ed esclusivamente di verdure a cui il tecnico sottopone tutta la squadra nella prima settimana di preparazione, ai famigerati e tanto temuti gradoni. Dice Gigi ridendo di cuore mentre con la mente torna a quel raduno ad Abtwil in Svizzera o, peggio ancora, a quello dell’estate del 1996 a Františkovy Lázne, in repubblica Ceca.

 

“Ho visto compagni andare fuori di testa nei primi giorni di ritiro. C’era gente che, il primo anno, si nascondeva i panini con il salame in camera perché la notte non riusciva a prendere sonno per la fame ma poi, dal secondo ritiro, ci siamo organizzati tutti. La sera uscivamo e, lontano da Zeman, mangiavamo. Ricordo che Bergodi, al ritorno da Abtwil, sembrava un fantasma. In società, non conoscendo i metodi di Zeman, ci avevano preso le misure per la divisa sociale prima di partire per il ritiro ma, quando ce l’hanno consegnate, c’era gente che aveva perso almeno un paio di taglie e navigava dentro le giacche e i pantaloni. In realtà il wash-out non era  una dieta, era un vero e proprio digiuno, improponibile per atleti che facevano 15-20 chilometri al giorno tra corsa e allenamenti sul campo e che non potevano integrare con l’alimentazione. Quindi, dopo un primo anno di visioni notturne, sapendo a cosa andavamo incontro, abbiamo imparato ad arrangiarci in qualche modo. Io sono uno di quelli che hanno sofferto di più in quel periodo. Ma non tanto per il digiuno, quanto per le corse. Perché io, per via del mio fisico, ho sempre odiato le corse lunghe. Avrei fatto mille volte i 50 o i 100 metri, piuttosto che le ripetute sui 1000 o 2000 metri. Li odiavo e odiavo Zeman che ce li faceva fare, pur sapendo che poi avrei tratto beneficio per tutta la stagione da quel massacro iniziale. Pensa che arrivavo non solo dopo Gazza, ma addirittura dopo i portieri. E, quando arrivavo al traguardo, con la vista annebbiata dalla fatica, c’era sempre Zeman con il suo amato cronometro in mano che guardava il tempo che avevo fatto e mi diceva: ‘Gigi, dove sei stato tutto questo tempo, dietro un albero?’ e, in quel momento, lo odiavo, mi partiva veramente un vaffa, di quelli romani con la rincorsa e che durano un’eternità. Però il rapporto era ottimo, perché lui aveva un’ironia fantastica. E con lui c’era dialogo. Al contrario di quanto succedeva con altri allenatori, potevi dire la tua e c’era anche tempo per ridere e scherzare”.

 

Forse è stato proprio grazie a quel senso di grande ironia che, uno come Zeman, è riuscito ad integrarsi con Paul Gascoigne, uno diverso dal tecnico boemo come lo sono la notte e il giorno.

 

“A lui piaceva tantissimo Gascoigne, perché Gazza era, per prima cosa, un grandissimo giocatore, un vero fuoriclasse. Un talento straordinario non completamente espresso, per tanti motivi e, soprattutto, per i tanti e gravi infortuni che ha avuto… ma poi anche per il resto. Lui stravedeva per Gascoigne, ma in quel periodo Gazza era sovrappeso, difficile da gestire anche e soprattutto fuori dal campo, quindi non lo ha utilizzato tantissimo. Ma tra loro c’era una grande intesa”.

 

Insomma, con l’arrivo di Zeman cambia tutto e, gol dopo gol, avversario dopo avversario messo a tappeto, nasce la leggenda di Gigi “Tyson” Casiraghi.

 

“È nato tutto in una radiocronaca di Guido De Angelis: la gente è impazzita e a me quel soprannome è piaciuto subito, molto più di quello che mi avevano affibbiato all’inizio, ‘bisontino’. Mi rappresentava molto di più, perché io amavo il combattimento, amavo lottare su ogni pallone e sentirmi padrone dell’area di rigore come Tyson amava sentirsi il padrone assoluto del ring. Per me la partita era una sorta di guerra, di quelle battaglie dove ci si scambiano colpi e, alla fine, vince chi resta in piedi: un po’ come i primi incontri di pugilato in cui non esisteva il limite dei 15 round, ma si andava avanti fino a quando uno dei due pugili non si arrendeva alla superiorità dell’avversario. Come ti ho detto prima, ho una concezione molto rugbistica del calcio, ma amo molto più il pallone rotondo di quello ovale: perché con quello ovale non si riesce a colpire di testa, quindi avrei fatto fatica. Ma, tornando al soprannome Gigi Tyson, il rapporto con la tifoseria della Lazio, non solo con la Curva Nord, è stato immediato, intenso,fantastico. Perché io non sono mai stato un leccaculo, uno di quelli che baciano la maglia, che vanno a cena con i capi della tifoseria o che cercano di arruffianarsi la gente con parole di prassi che non sentono. E, quindi, siamo andati subito d’accordo, perché anche loro amano la gente vera, genuina, che ti dice in faccia le cose, anche quelle che non ti piace sentirti dire. Mi sono conquistato il loro rispetto con i fatti e con il sudore, per questo il rapporto è stato vero, intenso. E dura ancora oggi, perché quello che ho visto e vissuto il 12 maggio 2014 all’Olimpico, penso che non potrò mai dimenticarlo. Come ti dicevo all’inizio, io adoro il tifo della Lazio. Mi piace proprio il concetto di tifoso della Lazio, di una tifoseria che ha alle spalle una storia tutta particolare, fatta anche di tante sofferenze, ma che non ha mai mollato. Quello tra i tifosi e la Lazio è un rapporto diverso, forte. Non sono paragonabili ai tifosi della Juventus, sono più silenziosi dei romanisti, ma quasi morbosi nel loro attaccamento alla squadra. Molto simili a me, quindi ci siamo intesi da subito e abbiamo instaurato un rapporto vero, bellissimo”.

 

La Lazio di Zeman può contare su un tridente offensivo formato da Boksic, Casiraghi e Signori. Un trio da fantascienza già all’epoca ma che, nel calcio italiano di oggi, trasformerebbe una squadra normale come la Lazio di Pioli in una formazione in grado di vincere lo scudetto. Forse addirittura a mani basse.

 

“È vero, perché ci siamo già andati vicini allora, visto che in quattro stagioni abbiamo fatto due quarti, un terzo e soprattutto un secondo posto nel primo anno di Zeman. E, specie nella seconda stagione, senza quell’infortunio che ci ha privato per tre mesi dell’apporto di Marchegiani, non lo so come sarebbe andata a finire. Perché, dopo quella vittoria per 4-0 all’Olimpico contro la Juventus di Lippi, che poi avrebbe vinto la Champions League, noi eravamo solo ad un punto dal Milan: e, senza Luca, perdemmo 1-0 lo scontro diretto all’Olimpico. Però erano anni in cui c’erano veramente sette squadre fortissime e il livello del campionato italiano era altissimo. C’era una qualità incredibile, imparagonabile al livello attuale del calcio e del campionato italiano di oggi. Perché, allora, era veramente il campionato più bello del mondo, mentre oggi anche solo l’idea di provare a paragonare la Serie A di quegli anni a quella attuale, fa ridere: perché il paragone è imbarazzante. Pensa solo che, nell’anno in cui noi vincemmo 8-2 contro la Fiorentina, in quella squadra giocavano Toldo, Batistuta e Rui Costa. Immagina dove potrebbe arrivare la Fiorentina di oggi potendo contare su tre giocatori di quel livello, mentre quell’anno, con quei tre campioni, arrivò decima. E, di conseguenza, senza offesa per nessuno, dove potrebbe arrivare la Lazio di oggi con quel tridente Boksic-Casiraghi-Signori che consentì alla squadra di segnare 189 gol in 102 partite di campionato e di avere, per due anni consecutivi, il miglior attacco della Serie A. E non era solo un problema di difesa se non siamo riusciti a vincere, ma di distribuzione dei gol e anche di un pizzico di fortuna o di sfortuna. Il primo anno di Zeman noi abbiamo segnato 10 gol più della Juventus e ne abbiamo subiti appena due in più. E che tra noi e loro non ci fosse tutto questo divario lo dice il fatto che loro vinsero 4-3 all’Olimpico, ma noi andammo a vincere 3-0 al Delle Alpi”.

 

Zeman è Zeman, ovvero l’integralismo fatto uomo e quindi allenatore. Mai, nella sua vita, il tecnico boemo ha corretto il tiro, oppure ha modificato il suo modulo, mettendo da parte il suo credo calcistico pur di ottenere un risultato. Ma così come Zeman è Zeman, Roma è Roma. E, nella città eterna, il derby viene prima di ogni cosa. E questo è, da sempre, il bello e al tempo stesso anche il grande limite del calcio capitolino. Succede che, nel primo derby dell’era-Zeman, la Lazio rimedia una delle sconfitte più inaspettate e quindi più cocenti dell’avventura biancoceleste del tecnico boemo. La Roma di Mazzone, pratica ai limiti del cinismo, vince per 3-0 in casa della Lazio, mandando completamente in tilt il 4-3-3 di Zeman. È il 27 novembre del 1994, una data indimenticabile per tutti i tifosi della Roma. Ma anche della Lazio. Casiraghi e compagni, quindi, cerchiano in rosso l’appuntamento del 23 aprile del 1995, il giorno in cui va in scena la rivincita. Per tutta la settimana provano a convincere Zeman a rivedere un po’ il suo credo e ad adattare il modulo, ma è fiato sprecato. Quindi, una volta in campo, scatta l’anarchia. Davanti a 73.893 spettatori paganti (all’andata erano stati 75.300, giusto per la cronaca…), va in scena il grande ammutinamento. Dice Gigi ridendo e mentendo spudoratamente anche a distanza di quasi vent’anni.

 

“Ma non è stato un vero e proprio ammutinamento, diciamo che, in realtà, è stata una scelta che abbiamo fatto noi giocatori in campo perché, indipendentemente da quello che pensava e sosteneva Zeman, il derby è una partita diversa. Vale tre punti come tutte le altre partite, ma in palio c’è molto di più. Quindi, dopo aver perso 3-0 all’andata, eravamo tutti avvelenati e volevamo prenderci la rivincita a modo nostro. Non abbiamo giocato da Lazio di Zeman, questo è chiaro, e quel giorno lo hanno visto tutti, perché siamo stati più attenti, non siamo andati ad attaccare alti la Roma come avevamo fatto all’andata e li abbiamo aspettati a centrocampo. Tanto è vero che, alla fine, qualcuno disse che non sembravamo la Lazio, ma il Padova o la Cremonese, come atteggiamento tattico. Ma ce ne siamo fregati, perché quel giorno contava solo vincere”.

 

E Casiraghi, quel giorno, indossa veramente i panni di Gigi Tyson, perché impegna praticamente da solo tutta la difesa della Roma. Segna il primo gol in rovesciata, sfruttando un assist sempre in rovesciata di Bergodi poi, nella ripresa, viene abbattuto da Cervone dopo averlo saltato e si ritrova solo davanti alla porta spalancata.

 

“Me la meritavo la doppietta quel giorno, come meritavamo di restituirgli quel 3-0 dell’andata. Comunque, la cosa strana è che io ho segnato due gol nel derby e li ho realizzati entrambi sotto la Curva Sud e sempre in acrobazia: uno in rovesciata e uno con una mezza girata al volo in tuffo. Ma, tornando a quella partita, mentre noi festeggiavamo la vittoria, Zeman negli spogliatoi era nero come la pece. Si rifiutò addirittura di andare a parlare con i giornalisti e se la prese soprattutto con Rambaudi, perché era il suo uomo di fiducia. Il profeta in campo del suo credo calcistico. Quindi, se e quando le cose non andavano come diceva lui, le urla se le prendeva Rambo”.

 

L’ammutinamento di quel derby è solo il prologo di quello che succede un anno e mezzo dopo, in una trasferta di Coppa Uefa a Tenerife. Sono volato alle Canarie al seguito della Lazio come inviato di TMC e ricordo di aver assistito, nell’allenamento di rifinitura, ad un episodio che probabilmente ha segnato la fine del rapporto tra Zeman e la Lazio. Il tecnico boemo fa provare delle soluzioni tattiche su palla ferma. Una volta, due volte, tre volte, ma la squadra non lo segue, non fa i movimenti che lui chiede quindi, dopo il quarto tentativo fallito, butta a terra pallone e fischietto e lascia il campo.

 

“Sì, è vero. Pochi giorni prima avevamo perso e male in casa dell’Atalanta e qualcosa aveva cominciato a scricchiolare perché, a fine partita, lui si era lamentato con i giornalisti dicendo che non eravamo scesi in campo con la giusta concentrazione. E, la cosa, non era piaciuta a molti, perché in realtà era stato lui a sbagliare la formazione iniziale e, una volta corretta alla fine del primo tempo, dal 2-0 per loro a momenti pareggiavamo. A Tenerife abbiamo preso cinque gol e siamo usciti dalla Coppa Uefa, nonostante i 3 gol segnati in trasferta e la vittoria per 1-0 all’andata. È stata la fine. Una mazzata durissima per l’ambiente, un colpo mortale per il credo calcistico zemaniano. Non ci credevano più i tifosi, ma non ci credevamo più soprattutto noi giocatori, perché uscire dopo aver segnato 4 gol in due partite, contro una squadra decisamente modesta, era una follia. Il problema non era la squadra, era che la squadra non credeva più nell’allenatore e in quello che faceva in campo. Noi eravamo una grande squadra, avevamo solo bisogno di normalità e di tranquillità per rendere al massimo. Perché, quando non trovi l’equilibrio giusto, quando non tutti seguono più l’allenatore e, soprattutto, non credono più in quel sistema, è giusto cambiare. Perché rischi troppo a fare quel tipo di calcio che richiede la massima concentrazione e applicazione. E visto che Zeman è un integralista e non ha mai cambiato le sue idee, Cragnotti è stato costretto a scegliere e ha optato per la fine del ciclo. Perché non esistono vie di mezzo in certe situazioni”.

 

Già, nella vita non esistono vie di mezzo e, come ha detto Gigi all’inizio, ci sono momenti in cui senti che è tutto finito, che il rapporto si è consumato e che, quindi, è arrivato il momento di cambiare aria, di tentare una nuova avventura. Casiraghi inizia a maturare l’idea di andare via dalla Lazio nell’autunno del 1997. È arrivato da pochi mesi Sven-Göran Eriksson, la squadra vola sia in Coppa Italia che in Coppa Uefa, ma in campionato stenta. Il problema vero, però, è l’abbondanza di attaccanti. Eriksson non vuol sentir parlare di tridente d’attacco quindi, in un organico in cui oltre a Casiraghi, Boksic e Signori si è aggiunto un certo Roberto Mancini, che per giunta è il pupillo dell’allenatore, anche se si gioca ogni tre giorni, qualcuno è di troppo. E Casiraghi freme, perché alle porte c’è il Mondiale e Gigi sa che, probabilmente, quella è l’ultima occasione che ha di giocare un Campionato del Mondo. Maldini lo ha sempre fatto giocare, ma si sta facendo largo a suon di gol Bobo Vieri e con Baggio, Del Piero e Inzaghi già sicuri di un posto, l’ultima maglia se la giocano Gigi ed Enrico Chiesa. Quindi giocare e segnare diventa fondamentale. E, dopo la mancata convocazione per lo spareggio d’andata a Mosca con la Russia, Casiraghi sbotta, va da Cragnotti e gli chiede di essere ceduto. È il 30 ottobre del 1997, Cragnotti frena, invita Casiraghi a ragionare e a rifletterci bene prima di prendere una decisione così drastica, ma Gigi sembra irremovibile. Però, alle porte, c’è un derby destinato a cambiare tutto. Eriksson, a sorpresa, in quella sfida del 1 novembre, decide di dar spazio a Casiraghi. Ma, pronti via, dopo appena 5 minuti di gioco Collina sventola in faccia a Favalli un cartellino rosso assurdo e la Lazio resta in 10. In tribuna, tutti pensiamo che il derby di Casiraghi sia finito ancora prima di iniziare, ma Eriksson decide di non cambiare, di non togliere una punta per far entrare un difensore. E, quella notte da incubo diventa, all’improvviso, forse per caso o per un’intuizione geniale, una serata consegnata direttamente alla leggenda del derby.

 

“Ne ho giocate tante di partite belle, da conservare come ricordi preziosi, ma quella forse è al primo posto della lista. La più bella in tutti i sensi, perché è stata la più difficile, considerando il momento mio e della squadra: perché era un derby, perché siamo rimasti con un uomo in meno con novanta minuti di partita da giocare. E, per tutti questo motivi, vincere quella partita è stato fantastico. Se ci ripenso, mi gusto ancora il sapore di quella vittoria, indimenticabile. Forse, anzi, sicuramente, la più bella partita tra le 505 giocate da professionista, Nazionali comprese. Anche io, quando ho visto Collina tirare fuori quel cartellino rosso, ho pensato che la mia partita fosse finita in quel preciso istante. Ricordo che ho iniziato a imprecare e che, mentre mi sistemavo al braccio quella fascia da capitano che mi aveva consegnato Favalli prima di uscire, camminavo nervosamente in attesa di vedere Manzini alzarsi dalla panchina per indicare al quarto uomo il numero e il nome del giocatore che doveva uscire per far entrare un altro difensore. Ed ero sicurissimo che sarebbe stato il mio. Invece no. E, dopo un primo tempo sofferto, nel secondo siamo diventati devastanti dopo il gol di Mancini. Quando ho visto il pallone che ho calciato al volo finire alle spalle di Konsel, per qualche secondo non ho capito più nulla. Ho cominciato a correre, scaricando in quell’esultanza settimane di dubbi, di cattivi pensieri e di delusioni. Un’esultanza rabbiosa, diversa da tutte le altre”.

 

Come diversa da tutte le altre è quella vittoria, perché quello è il primo di un poker di successi destinato ad entrare nella storia. Perché Roma e Lazio in quella stagione si incontrano due volte in campionato e due volte in Coppa Italia: e sono quattro successi a tinte biancocelesti nel giro di 5 mesi. Una sbornia. Una cosa mai successa nella storia e che, in una città come Roma, assume un valore tutto particolare. Perché quei quattro schiaffi diventano fonte di prese in giro che durano ancora oggi, di striscioni memorabili del tipo: “Voi quattro in un colpo solo neanche con Viagra”, oppure come quel “Tranquilli, state su Scherzi a parte comparso in Curva Nord dopo l’ultimo derby di campionato con cui venne consegnato alla storia quello storico poker, con in calce le firme di Boksic e Pavel Nedved. Una cosa mai vista in quasi 85 anni di derby, un record impossibile da battere ma anche difficilmente eguagliabile.

 

“Le quattro vittorie sono state un qualcosa di incredibile, la gente ci ha portato in trionfo, siamo diventati i veri padroni di Roma in quel momento. Mi ricordo che qualcuno fece una targa di marmo che sta ancora nello spiazzo all’entrata del centro sportivo di Formello. Tipo quelle delle vie, con su scolpito a caratteri grandi VIALE DEI MERAVIGLIOSI e con, ai quattro angoli, le date e i risultati di quelle quattro partite. Anche se altre vittorie sono state bellissime, non sono neanche lontanamente paragonabili a quella, perché quel derby del primo novembre resta fantastico, la madre di tutte le partite. Soprattutto per come è maturato: vai sul 3-0 in dieci, senza soffrire più di tanto, in casa loro. Con quella partita gli abbiamo dato veramente una mazzata, di quelle da cui fatichi a riprenderti. E, infatti, loro non si sono più rialzati e gli altri tre derby li abbiamo vinti anche facilmente, soprattutto quello di andata di Coppa Italia del 6 gennaio finito 4-1. Mi ricordo un titolo de «La Gazzetta dello Sport» del giorno dopo che diceva più o meno così: Vince la saggezza della Lazio contro il masochismo di Zeman. Molto cattivo, forse anche troppo. Ma, in fin dei conti, è andata proprio così, perché quei quattro derby sono stati tutti uguali e Zeman non ha corretto nulla”.

 

Così Casiraghi, che alla vigilia di quella partita era andato da Cragnotti per chiedergli di cederlo, diventa all’improvviso indispensabile, uomo-squadra e, spesso, anche capitano. Segna tre giorni dopo in Coppa Uefa contro il Volgograd il gol che spiana alla Lazio la qualificazione agli ottavi di finale poi, con la maglia della Nazionale, segna a Napoli il gol che consente all’Italia di battere la Russia e di conquistare la qualificazione ai Mondiali di Francia ’98. E al Prater di Vienna, il 25 novembre, Gigi Tyson piazza un altro colpo da KO che consegna di fatto alla Lazio la qualificazione ai quarti di finale di Coppa Uefa. Quattro gol in un mese, tutti decisivi, che cambiano il volto alla stagione di Casiraghi ma che, da un certo punto di vista, provocano la frattura tra Signori e la Lazio. Chiuso da Mancini e Boksic prima, poi anche da Gigi, dopo una furibonda lite con Eriksson negli spogliatoi del Prater, Signori appena tornato a Roma va da Cragnotti e gli dice: “Mi trovi un’altra squadra, perché io qui non resto”. E, a differenza di quanto è successo quaranta giorni prima con Casiraghi, questa volta il presidente non oppone nessuna resistenza e nel giro di due giorni Beppe passa alla Sampdoria: se ne va via sbattendo la porta. E Gigi, a quel punto, diventa indispensabile. Nel momento in cui le coppe vanno in letargo e la squadra non è più costretta a giocare ogni tre giorni e può concentrarsi solo sul campionato, la Lazio inizia il suo lungo volo verso lo scudetto. Nel giro di 16 giornate, tra il 7 dicembre e il 29 marzo, Gigi e compagni infilano una serie strepitosa di 13 vittorie e 3 pareggi, passando dal -12 dalla capolista Inter ai 2 soli punti di distacco dalla Juventus prima in classifica alla vigilia dello scontro diretto all’Olimpico. Il tutto ottenendo anche la qualificazione alla semifinale di Coppa Uefa (ancora grazie al gol di Casiraghi che stende all’Olimpico i francesi dell’Auxerre) e alla finale di Coppa Italia, superando in semifinale proprio la Juventus. Dopo aver battuto sia all’andata che al ritorno l’Inter, vincendo quell’ultimo scontro diretto la Lazio può mettere le mani su uno scudetto atteso da 24 anni. In quella serata, davanti a 70.136 paganti che consentono alla Lazio di battere il record di tutti i tempi d’incasso con 3.569.394.369 lire, invece, il sogno si infrange sui guanti di Peruzzi, che para veramente tutto. Ma, anche, sulla mano senza guanto di Iuliano in area. Un fallo da rigore solare sul quale Collina decide di chiudere tutti e due gli occhi, per trovare poi il coraggio di dire che: “Non è stata la mano di Iuliano ad andare verso il pallone, ma il pallone contro la mano”. Tesi singolare, visto che il difensore della Juventus si è lanciato su quel pallone come fa Superman quando spicca il volo, con il braccio proteso verso l’alto. Fatto sta, che il sogno scudetto va in frantumi, ma alla Lazio restano due finali da giocare: quella del 29 aprile all’Olimpico contro il Milan con in palio la Coppa Italia e quella del 6 maggio a Parigi contro l’Inter, in cui Gigi e compagni si giocano il primo trofeo europeo nella storia biancoceleste. Il tutto, dopo ventiquattro anni di digiuno, perché tanti ne sono passati da quel 12 maggio del 1974, quando la Lazio di Maestrelli ha conquistato lo scudetto.

 

“In quella notte è racchiusa tutta la bellezza e la follia del calcio. È uscita fuori la voglia di vincere, di ribaltare la storia, di entrare nella leggenda mettendo fine a quel digiuno di successi che durava da quasi un quarto di secolo. Quello ci chiedeva la gente in quei giorni quando ci fermava per strada in città, sotto casa, nei ristoranti: vincete per noi. E noi volevamo vincere. Sapevamo di non farcela più, ma avevamo più fame del Milan e quella sera è stata proprio la fame di vittoria a fare tutta la differenza del Mondo”.

 

La rabbia e la fame di gloria bastano per battere il Milan, ma non per piegare l’Inter due settimane dopo al Parco dei Principi. Più di 20.000 laziali salgono fino a Parigi per la prima passerella internazionale nella storia quasi centenaria della Lazio ma, anche loro come la squadra, sono svuotati, appagati da quel successo in Coppa Italia arrivato dopo un’attesa lunghissima. Quella sera abbiamo tutti un po’ la pancia piena e mentalmente siamo già proiettati alla stagione successiva. E, dopo aver battuto l’Inter due volte su due in campionato, la finale si trasforma in una marcia trionfale di Ronaldo e compagni: 3-0, senza storia.

 

“Siamo arrivati cotti dal punto di vista mentale, cottissimi dal punto di vista fisico. Non ne avevamo veramente più. Perché non c’era quella differenza tra noi e loro, non c’erano quei tre gol di scarto, anzi, per tutto l’anno avevamo dimostrato di essere più forti e più squadra dell’Inter. Non avevamo mai perso in Coppa Uefa ma, soprattutto, avevamo vinto sette partite su dieci. Però, per come siamo scesi in campo, non avevamo chance. Troppo brutta, l’ho quasi cancellata dalla mente quella serata”.

 

L’ultima partita con la maglia della Lazio, Casiraghi la gioca quattro giorni dopo all’Olimpico, in un Lazio-Fiorentina che si trasforma in un vero e proprio calvario per una squadra che ormai non ha più nulla da dare. Incontro Gigi negli spogliatoi e ha la faccia di chi esce da una chiesa dopo un funerale. La testa bassa, gli occhiali scuri a coprire gli occhi: poca voglia di parlare, nessuna di sorridere. Non sembra lui. Un abbraccio veloce e un saluto con un rimpianto: “Non ho potuto neppure salutare i tifosi. Dopo tanti anni ci tenevo, invece è finita così, senza feste e senza un vero saluto…”. Gigi va via con Barbara, esce per l’ultima volta dall’Olimpico, con il cuore triste e gonfio di rimpianti.

 

“Con Eriksson si è instaurato fin dall’inizio un rapporto conflittuale, ed è stato l’unico allenatore con cui ho avuto qualche problema in tutta la mia carriera. La rottura definitiva è arrivata dopo la semifinale d’andata di Coppa Uefa, a Madrid contro l’Atletico quando, dal mio punto di vista, lui si è comportato in modo decisamente scorretto. E, visto che io sono una persona corretta, gliel’ho fatto notare. In quel preciso istante, si è chiuso definitivamente il rapporto. Anche perché, come ti ho già detto, certe cose le capisci: lo senti a pelle quando è arrivato il momento di andartene. Io l’ho capito a ottobre ma ho resistito, perché ero troppo legato all’ambiente, alla gente, ed ero troppo innamorato della città. E ho fatto bene, perché almeno me ne sono andato da vincitore. Ma, pensandoci a posteriori, andare via da quella Lazio è stato un errore. Andare via dalla Juventus è stata una scelta giusta, ma lasciare la Lazio sì, è stato un errore: perché si sentiva, si percepiva che quella squadra era pronta per vincere tutto. Sono stato troppo precipitoso, come è stato troppo precipitoso anche Beppe, che è esploso molto prima di me”.

 

Dopo l’esperienza al Chelsea e il gravissimo infortunio, Gigi appende gli scarpini al chiodo e inizia,  giovanissimo, a fare l’allenatore. E a febbraio del 2012 per una questioni di minuti si è fermato a pochi centimetri da un clamoroso ritorno alla Lazio. Da allenatore, in compagnia del suo grande amico Zola.

 

“La vita è una questione di centimetri o di attimi Stefano… Tra la vittoria e la sconfitta, tra un obiettivo raggiunto e un fallimento, a volte, che sia un centimetro o un secondo, ci passa poco. Ma la vita è così e bisogna accettarla per quello che è, senza fare drammi. Soprattutto non li possiamo e non li dobbiamo fare noi che, in fin dei conti, siamo comunque dei privilegiati. Però, quel mancato accordo con la Lazio ancora me lo sogno la notte. Mi sarebbe piaciuto tanto tornare e ci siamo andati molto vicini, perché con Gianfranco avevamo fatto tutto ma poi, all’ultimo momento, Lotito ha fatto marcia indietro. Sono molto fatalista, quindi mi sono detto che forse doveva andare così, però non ti nego che mi sarebbe piaciuto molto tornare, perché Roma e la Lazio mi sono rimaste nel cuore. E quando, il 12 maggio 2014, ho rimesso piede all’Olimpico, ho capito che il mio rapporto con la gente laziale durerà per sempre. Le immagini di quella serata fantastica, in cui i tifosi hanno dimostrato che se vogliono e se ci sono le condizioni loro possono riempire lo stadio anche in tempi in cui gli stadi sono desolatamente vuoti, me le porterò per sempre dentro. Come l’emozione di vedere l’Olimpico completamente esaurito e con Cragnotti osannato. Mi è sembrato di tornare indietro nel tempo, come se fossero passati solo pochi giorni e non sedici anni”.

 

FONTE: sslaziofans.it