ESCLUSIVA – Massimo Maestrelli: «Inzaghi uguale a papà, ecco perchè»

© foto @LazioNews24

Il figlio di Tommaso Maestrelli ci ha raccontato le emozioni del primo Scudetto della Lazio e le somiglianze tra Inzaghi e suo padre

Il 12 maggio del 1974 la Lazio divenne per la prima volta campiona d’Italia. Quel titolo lo vinse una banda di pazzi scatenati che avrebbe dato l’anima per riuscire nell’intento comune. A guidare quei folli eroi, ci fu un uomo capace di tutto, un padre per quei ragazzi: Tommaso Maestrelli. In esclusiva, il figlio Massimo ci ha raccontato come ha vissuto il successo del padre in biancoceleste e come vede Inzaghi in panchina.

Massimo, prima di tutto come stai vivendo questi giorni?

«Con tanta preoccupazione. E’ una situazione che penso nessuno abbia vissuto prima. Ricordo che mia madre mi raccontava sempre, quando ero più piccolo, che durante la guerra mio padre fu fatto prigioniero e lei non lo vide per un anno. Hanno vissuto il terrore, la tensione e poi la gioia quando cessò questa esperienza. Ora non si può paragonare a quel periodo, perché la guerra è qualcosa di veramente diverso, però le sensazioni e le emozioni possano essere le stesse, il fatto di essere chiusi senza poter uscire. E’ una situazione abbastanza irreale: basta pensare al Natale quando eravamo tutti insieme con genitori e parenti, mentre ora siamo a Pasqua e sembra che siano passati 10 anni. Bisogna saper tirare fuori anche le cose buone di questa situazione: si riesce a stare a tavola con i figli, si parla, si fanno cose a cui prima si dava poca importanza».

Prima dello stop la Lazio stava vivendo un momento d’oro. Pensi possa continuare la sua corsa verso lo Scudetto?

«Io penso che in questo debba essere molto bravo Inzaghi e tutto il suo staff. Eravamo lanciatissimi, credo che questa corsa possa continuare però si blocca un periodo comunque fatto di una serie di risultati utili consecutivi. Sarebbe stato meglio non interrompere questo cammino, anche perché vedevo l’Inter e la Juve un po’ in affanno. Adesso tutti si dovranno riorganizzare, quindi si riparte da zero. Rimane la consapevolezza di aver fatto tanto e che a ciò si deve aggiungere veramente poco per mantenerlo».

Più volte, nel corso della stagione, l’attuale rosa è stata paragonata alla mitica Banda Maestrelli, sei d’accordo?

«Sì perchè a differenza delle altre squadre con rose molto ampie, noi abbiamo quei 14/15 giocatori che lottano dall’inizio alla fine l’uno per l’altro, come la squadra di mio padre, ed è una cosa molto bella. Poi ci sono affinità di calciatori e non: Leiva come Re Cecconi, Immobile simile a Cinaglia, Inzaghi uguale a papà. Poi c’è anche un grande senso di gruppo: basti pensare che in questo periodo ho visto squadre con tutti i giocatori divisi in varie parti del mondo, mentre i biancocelesti sono rimasti tutti quanti a Roma. Questo vuol dire che c’è grande affiatamento, a differenza di altre realtà».

Hai appena citato la somiglianza sia tra Immobile e Chinaglia, ma anche tra Tommaso (Maestrelli ndr) e Simone (Inzaghi ndr). L’attuale tecnico in cosa ricorda tuo padre?

«Soprattutto nella semplicità: Inzaghi assomiglia molto al vicino di casa. Oggi chi fa il mestiere dell’allenatore, lo fa con approccio sbagliato. Si pensa di fare chissà che cosa ed invece si sta semplicemente allenando una squadra di calcio: quando le cose vanno bene sorridono e quando le cose cominciano ad andare male o un giornalista fa una domanda un po’ più scomoda rispondono male. Il tecnico laziale invece quando si presenta alle telecamere, sia che vinca o che perda, ha sempre lo stesso atteggiamento, proprio come mio papà Tommaso. Simone ha una signorilità, una classe che pochi hanno. Poi riesce a tirare fuori il meglio dai suoi ragazzi. Ho visto giocare bene Inselvini e Borgo che giocavamo molto poco, lo stesso lo vedo con Caicedo e Patric: prima erano un po’ più indietro rispetto agli altri mentre ora sono tutti sulla stessa linea. La squadra gioca bene, diverte ed è innovativa, come quella famosa Banda che per due anni è piaciuta a tutti: la rosa attuale attacca sempre, anche quando va sotto e non si fa spaventare».

E sul trascinatore d’attacco di ora che ci dici? Lo vedi come Long John?

«A volte i giocatori si possono criticare per alcune partite, io penso che a Chinaglia, finita la partita, nessuno tifoso gli potesse dire nulla, così come ad Immobile ora. Danno sempre il fritto, vogliono sempre vincere a tutti i costi e di fare gol. Forse l’attuale numero 17 è meno egoista rispetto a Giorgio: se lui non faceva gol si sentiva male, mentre Ciro ha lasciato battere i rigori ad altri e ha fatto assist decisivi. Nonostante ciò comunque sono simili».

Quello vinto nel 1974, fu il primo Scudetto laziale ed ancora oggi viene celebrato. Te che ricordi hai di quel periodo?

«Ricordo tutto, nonostante avessi solo 8 anni. Io e mio fratello fummo trattati da ragazzi più grandi e quindi stavamo sempre a contatto con i giocatori, anche mentre facevano i loro discorsi. Non abbiamo avuto un’infanzia con ragazzi di pari età, tutta la giornata la passavamo con loro. Ci fu tanto stupore quando vincemmo perché una squadra che sale dalla B, il primo anno rischia subito di vincere e poi l’anno dopo si ripete, nessuno se lo sarebbe aspettato. Gilardoni, che per me è stato il tifoso più importante e colui che ha dato il maggior apporto economico durante le varie vicissitudini, mi disse che la Lazio per lui dovesse fare un campionato modesto, si lottava per l’ottavo posto e nessuno si immaginava di vincere il titolo. Quell’anno fu importante anche per dare una dimensione alla società: prima c’era solo la Roma, da quel momento c’è stata solo la Lazio».

C’è un aneddoto particolare di quei momenti?

«Fu divertente quando festeggiammo con il pullman in giro per la città e poi si radunarono un po’ di persone, tra giornalisti, giocatori e dirigenti, a casa nostra per mangiare un piatto di pasta alle 4 del mattino. Penso che nessuno mangi all’alba per festeggiare uno Scudetto (ride ndr). Lì ho realizzato che il sogno inaspettato si era trasformato in realtà. La Lazio di Cragnotti forse ha vinto poco visti gli investimenti, quella squadra ha rischiato di vincere in Italia per due anni di fila».

Cosa provi quando tutti i tifosi laziali cantano all’unisono ‘Su c’è il Maestro che ce sta a guarda‘?

«E’ una cosa bellissima. Noi siamo arrivati a Roma nel ’71 ed ora sono quasi 50 anni che siamo qui. Il mondo dello sport solitamente tende a cancellare tutto con una rapidità impressionante. Se mi avessero detto anni fa che dopo tanto tempo dei ragazzi di otto anni avrebbero cantato l’inno ricordando mio padre, non ci avrei mai creduto. E’ bello perchè è come se si riportassero le stesse emozioni nei confronti dei più piccoli: il laziale ha caratteristiche diverse da tutti gli altri tifosi. Il laziale è legato anche a queste situazioni e quando i bimbi cantano a squarciagola l’inno è bellissimo. La scorsa volta ho sentito anche Paola Turci che in Rai lo ha cantato e mi ha fatto una certa emozione, nonostante io abbia quasi 57 anni e di storie ne ho vissute. Riempie tanto il cuore».

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