Lazio, Gonzalez: «Ai biancocelesti devo tutto, ogni tanto torno»

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L’ex calciatore della Lazio parla a cuore aperto della sua esperienza biancoceleste e di quanto sia rimasto legato alla maglia

Giorgio Chinaglia aveva ragione quando disse: «Di Lazio ci si ammala inguaribilmente». Attraverso la sua intensa esperienza a Roma, anche il Tata Gonzalez ha potuto constatare quanto enunciato da Long John e lo ha raccontato senza filtri ai microfoni della Gazzetta dello Sport. Ecco ciò che ha dichiarato:

«Quando sento parlare di Lazio penso agli anni più belli della mia carriera, alla squadra più forte in cui ho giocato. Alla Lazio devo tutto: la Copa America vinta nel 2011, la Serie A, la Coppa Italia conquistata nel 2013. Arrivai come uno sconosciuto, col tempo sono diventato un titolare, conquistando l’amore dei tifosi. Ogni tanto torno a Roma, ho lasciato molti amici, persone che mi hanno aiutato a vivere la quotidianità. Per questo, a vedere le immagini di una città vuota, divento triste. In Uruguay la situazione è diversa, hanno fermato il calcio ma non c’è lo stato d’allarme con in Italia. La quarantena non è obbligatoria. Mi manca molto l’Italia. Il mio soprannome nasce in Uruguay. Un mio ex compagno del Defensor iniziò a chiamarmi così perché da ragazzino avevo già la voce da ‘viejo’. Me lo porto dietro tuttora, vuol dire il Saggio, ma resto affezionato al ‘motorino’. Rispecchia il modo modo di giocare, ‘garra’ e quantità. La mia prima esperienza in biancoceleste la ricordo ancora: arrivai ad Auronzo con Pablo Pintos, era il 2010. Eravamo in prova, a fine allenamento tiravamo le punizioni e ci sfidavamo nell’uno contro uno. Alla fine convinsi Reja a tesserami. È stato il primo a darmi fiducia, aveva personalità. All’inizio fu dura, il calcio italiano è molto tattico e faticai un po’, giocavo poco. Poi andai da lui, gli dissi che ero pronto, che pur di giocare avrei fatto anche il terzino o il centrale di difesa. Reja rimase colpito. Anche con Petkovic fu così:un anno storico (2012-13, ndr), chiuso con la vittoria della Coppa Italia contro la Roma. Qualche giorno dopo, vedendo i tifosi ancora in festa, realizzammo ciò che avevamo fatto. Ricordo ancora la festa a Ponte Milvio con tutti i tifosi, quell’anno fu il migliore della mia carriera. E le dirò di più…Se non fosse stato per lo stadio chiuso e alcuni errori arbitrali, avremmo potuto dire la nostra anche in Europa League. Invece uscimmo ai quarti contro il Fenerbahce. Una gara maledetta. Avevamo un bel gruppo, Klose era un campione. A fine allenamento si fermava a raccogliere i palloni, un modello. Ci mancò solo la Champions. Pioli portò Parolo e diede fiducia a lui, fa parte del gioco. Se fossi rimasto avrei potuto continuare, ma volevo restare nel giro della nazionale uruguaiana, e per farlo dovevo giocare. Così andai via in prestito, prima sei mesi al Torino e poi un anno all’Atlas, in Messico. Non rientravo più nei piani della società».

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