L’ANALISI DEL GIORNO DOPO – Mauri-Felipe come Pandev-Zarate: storia di un flashback atteso otto anni

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Tornano Mauri e Felipe, torna il bel gioco. Sarà un caso?
Non era soltanto il brasiliano il segreto della passata stagione, ma anche il brianzolo. Mister Pioli, dopo tanta panchina, li rilancia entrambi e almeno per il momento ottiene risultati confortanti.
Mauri e Felipe come Pandev e Zarate. Pura fantasia? No, quasi simili. Il numero 6, come faceva il macedone, si mette al servizio del compagno di squadra più talentuoso, liberandogli costantemente gli spazi per attaccare la profondità e venendo a prendere palla tra le linee per verticalizzare e sfruttare la sua velocità.

Tanto diversi, ma così simili. La storia, a distanza di otto anni, sembra ripetersi: un calciatore molto intelligente e forte tatticamente, si mette al servizio di un talento naturale per facilitare il suo gioco e quello di tutta la squadra. Felipe è un anarchico, un po’ come Maurito, gioca poco per la squadra, ma quando ha il pallone in mezzo ai piedi fa tremare le difese avversarie. Stefano invece parte su una delle due fasce per poi da solo andarsi a trovare la posizione. Pioli gli dà carta bianca, in virtù proprio della sua grande lettura delle situazioni, quasi come fosse un “regista offensivo”.

L’anno scorso, il 4-2-3-1 calzava a pennello con le caratteristiche di entrambi, ma quest’anno, a causa dei tanti infortuni e dai tanti impegni ravvicinati, non è stato quasi mai possibile adottare un modulo così dispendioso.
Il brianzolo ha spento da poco le 36 candeline e per forza di cose le sue energie vanno gestite. Non è scontato vederlo dal primo minuto in Turchia, considerando anche l’impegno tre giorni dopo a Frosinone, ma il capitano è tornato e, a dispetto degli anni, sembra diventare sempre più decisivo. Anche nella trasferta di Genova era stato uno dei più pericolosi; se fosse entrata la sua girata di testa, forse staremo parlando di una Lazio con due punti in più in classifica.

I movimenti di uno, la rapidità dell’altro… Ieri sera si è rivisto a tratti il Felipe dello scorso anno; quello che punta a perdifiato tutti i suoi avversari fino a stremarli. Il problema del brasiliano non sono le qualità tecniche, bensì un carattere fragile che alla prima difficoltà lo induce a mollare. Quando la squadra inizia a girare, gira anche lui; questo non  lo rende un campione, ma semplicemente una freccia in più nell’arco di Pioli. E che freccia! A 22 anni si è ancora giovani e si può migliorare, soprattutto sotto il punto di vista della personalità.
Che non possa essere proprio Stefano a trasformare Felipe da buon giocatore a campione?