Gigi Martini ricorda Maestrelli in una bellissima lettera

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Il toccante ricordo di Gigi Martini per Tommaso Maestrelli

Gigi Martini faceva parte di quella matta e bellissima banda che nel 1974 portò il primo storico scudetto nella Capitale. Quella banda era capitanata dal suo condottiero Tommaso Maestrelli che Martini, “Marti” come lo chiamava il “maestro”, ha voluto ricordare in una commovente lettera: «Ventidue anni, avevo ventidue anni quando incontrai per la prima volta Maestrelli in via Col di Lana, storica sede della Lazio. Fino ad allora, come esempio di vita avevo avuto mio padre che si spaccava la schiena di lavoro per la famiglia. La sera mia madre gli parlava di me e lui con gli occhi stanchi mi guardava e senza parlare annuiva. Quel giorno in via Col di Lana, il segretario della Lazio, Nando Vona, un omone alto due metri, mi prese per un braccio e mi disse: “Vieni che ti presento al mister”. Bussò e contemporaneamente aprì la porta dell’ufficio, dietro la scrivania era seduto Maestrelli che alzò la testa e mi mise gli occhi negli occhi senza parlare. Io con arroganza giovanile tenevo alto lo sguardo. Lui si alzò, mi tese la mano e mi disse: “Ciao Marti, come stai?”. Mi aveva chiamato “Marti” il diminutivo di Martini, come facevano i miei compagni di squadra, e lo aveva fatto con un tono di voce così avvolgente che sgretolò in un attimo la mia sfrontatezza. Poi aggiunse: “Questa città ci può dare molto, ma ci chiederà grandi sacrifici. Io so che tu sei pronto e conto molto su di te”. Incredibile, “so che sei pronto, conto su di te”, nessun allenatore mi aveva mai parlato così, di solito era: “devi rientrare la sera non oltre le dieci, ti devi guadagnare il posto”, e così via. Dieci minuti, erano bastati dieci minuti e poche frasi per far nascere in me un sentimento nuovo. Mio padre mi aveva insegnato a contare solo su di me, con Maestrelli ho capito l’importanza di avere a fianco un uomo giusto.
Un grande uomo, Tommaso.
Ha tirato fuori il meglio di me e lo ha fatto in punta di piedi senza frasi ad effetto, ma con tanti sguardi e poche parole.
Sì, quegli sguardi in silenzio.
Come quando, dopo una partita sbagliata, ti convocava nel suo spogliatoio e ti osservava in silenzio per qualche secondo mettendoti in una condizione interiore così serena che eri tu che parlavi di come eri andato male quella domenica.
Lui ti chiedeva di altro, se in famiglia era tutto ok o se poteva esserti di aiuto.
Sì, proprio un uomo speciale, Tommaso.
Si divideva per tutti, ascoltava le ragioni di tutti, non solo dei suoi ragazzi, ma di tutto il personale che lavorava nel complesso dove facevamo allenamento.
E ascoltava anche molti tifosi, venivano da lui anche solo per parlargli, non diceva mai di no.
Ricordo un lunedì, giorno di riposo per tutti. Lo trovai al campo che seguiva l’allenamento dei giocatori della rosa che non avevano preso parte alla gara precedente.
Tommaso aveva una famiglia numerosa, con quattro figli, mi avvicinai a lui e dissi: “sei qui anche di lunedì, ma non rischi di trascurare la famiglia?”. Mi guardò e mi disse: “Marti, questa è la nostra famiglia, altrimenti perché tu saresti qua?”.
Mi aveva appena dato una lezione, con semplicità. Mi aveva detto guarda che tu sei qui per la stessa ragione mia. Perché hai tutti noi dentro.
Nel calcio di allora, dove il modello da seguire era la Juventus di Agnelli e Boniperti, che stimavano Maestrelli, noi eravamo “quella sporca dozzina”, ma a lui andava bene così. Non cercava di cambiarci, ma si inseriva e piano piano ti aiutava a capire.
Eri tu che dovevi crescere, eri tu che dovevi essere all’altezza di un rapporto così speciale.
Oddi, Wilson e la famiglia Maestrelli hanno fatto di tutto per portare la salma di Giorgio Chinaglia accanto a quella di Tommaso. Ed io che non credo mi sono commosso, è come se lui ancora ci indicasse la via.
Amava la Lazio e soprattutto amava la sua squadra fatta di uomini che aveva fatto crescere umanamente e che lo ricambiavano con affetto infinito.
Per me era un punto di riferimento certo, tutti i miei pensieri finivano a lui come quando, dopo la sua malattia era ritornato sulla panchina della Lazio per salvarci dalla retrocessione, ed io gli dissi: “Tommaso, mi sono iscritto alla scuola di volo, voglio diventare pilota dell’Alitalia”.
Lui rispose: “Quelli come te arrivano dove vogliono arrivare, non avere esitazioni”. Mi aveva fatto l’ultimo regalo, morí di lì a poco ed io divenni pilota all’Alitalia come mi aveva detto.
Andai a trovarlo qualche giorno prima della sua morte, il male lo aveva mangiato, ma il suo sguardo no, era quello di sempre. Mi guardò con gli occhi negli occhi per gli ultimi dieci secondi, intensamente, e con un filo di voce mi disse: “Ciao Marti”.
Finí così la storia di un Uomo che tanto aveva dato ad altri uomini.
Finí così la storia di un Uomo, Un Uomo vero» .