Onore, vanto, orgoglio. Semplicemente Lazio!

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L’analisi di Lazio-Milan, semifinale di ritorno di Coppa Italia, decisa ai calci di rigore dopo un doppio 0-0. Decisiva l’ultima realizzazione di Romagnoli

Delusione, rabbia, sconforto. La Lazio dà tutto e viene eliminata dalla Coppa Italia senza mai andare sotto nel risultato, nemmeno nella lotteria dei rigori. Due 0-0 che fanno capire quanto sia stata in bilico la gara, almeno nel punteggio. La squadra di Inzaghi può recriminare le tante occasioni sprecate nella gara d’andata, più qualche chance non clamorosa avuta anche ieri. Poco cinismo nei momenti decisivi, ma oggi non è tempo dei rimproveri, ma anzi, spazio agli elogi. La differenza tra Lazio e Milan in Coppa Italia l’ha fatta un rigore, in campionato la fanno 8 punti. L’unica colpa dei biancocelesti è stata quella di incontrare nel momento sbagliato, la squadra più in forma d’Italia. A cui comunque la Lazio non si è piegata. Come detto da Inzaghi, probabilmente ai punti avrebbero meritato i biancocelesti di andare in finale, considerando il gioco espresso nei 200 minuti. Il calcio però è anche questo: la Lazio esce con l’onore alto e il morale a terra. Il difficile viene ora, con la Juve che tra due giorni arriverà all’Olimpico. Adesso non bisogna distruggere, ma continuare a costruire. Bisogna rialzarsi per non cadere più.


GATTUSO VS INZAGHI –
Due 0-0 tra andata e ritorno. Dalle parti di Coverciano si potrebbe dire che sono state le partite perfette tatticamente, e infatti a risentirne in molti frangenti è stato lo spettacolo. Gattuso schiera il suo Milan solo ed esclusivamente per limitare la Lazio e ci riesce a pieno. Difesa e centrocampo molto compatti e schiacciati più possibile verso il basso, in modo da non concedere la profondità ai tanti uomini di corsa biancocelesti. Al contrario Inzaghi, voleva trovare il gol e spesso ha richiesto alla sua squadra di riempire l’area con cinque-sei calciatori. Questo comportava spesso un buco a centrocampo, riempito dai centrocampisti del Milan, che avevano come unica arma per cercare di colpire quella del contropiede. I rossoneri hanno soffocato la manovra dei biancocelesti: sempre pronti a raddoppiare e a tamponare gli inserimenti in area dei biancocelesti, con una densità fatta con le linee di difesa e centrocampo sempre molto strette. Condizione atletica strepitosa per il Milan che ha tenuto testa ad un avversario più forte, mettendola in parecchi frangenti della gara sul temperamento e sulla corsa. Raramente la Lazio è andata così in difficoltà, merito di Gattuso e dell’ottimo lavoro svolto fino a questo momento. Non ne esce assolutamente ridimensionata la squadra di Inzaghi, uscita sconfitta da una semifinale, molto simile per sensazioni, emozioni e intensità, ad una finale. Entrambe avrebbero meritato il passaggio del turno e quando questo avviene ai rigori è il caso di dire che ha vinto la più fortunata.


RIMPIANTI –  
«Orgoglioso di allenare un gruppo così». Simone Inzaghi nel post-partita elogia giustamente la sua squadra, mai doma e propositiva fino al 120’. Lo dimostra la ripartenza presa nel finale con un gol fallito clamorosamente da Kalinic, che avrebbe avuto ancor di più il sapore della beffa. La Lazio ci ha provato con tutte le forze a segnare, ma non ci è riuscita, complice anche la bravura dell’avversario. Più che sulla gara di ieri, i rimpianti maggiori sono relativi alla gara d’andata, in cui i biancocelesti hanno avuto spesso l’opportunità di andare in rete. Un risultato diverso a Milano, avrebbe permesso tutt’altro atteggiamento nel ritorno. La squadra infatti era contratta e ha vissuto 120 minuti con l’ansia che se avesse subito un gol, avrebbe dovuto farne due per passare. Nulla comunque da recriminare ai ragazzi con l’aquila al petto. Encomiabili le prestazioni dei “vecchietti”: Radu, Leiva, Parolo e Lulic, gli ultimi a piegarsi sulle gambe. Niente da rimproverare a nessuno. Se la Lazio dovesse mettere sempre in campo la generosità vista ieri, difficilmente perderà altre partite. Ai rigori si può perdere, l’unico rammarico strettamente legato ai penalty, è legato all’errore di Leiva che dopo le parate di Strakosha su Rodriguez e Montolivo, poteva portare la Lazio sul 2-0. Psicologicamente quel rigore avrebbe potuto spostare tanto, ma comunque non resta che gli applausi per questi ragazzi. Onore a Luiz Felipe, che ancora una volta ha dimostrato ai tifosi, di poter star tranquilli per la partenza di de Vrij. 20 anni e la grande responsabilità di calciare un rigore che vale una stagione. Dall’altra parte c’era un signore di 31 primavere che si nascondeva pur di non andare a battere un penalty, davanti alla curva che l’ha fischiato per 120 minuti. Per giocare a calcio e poter incidere il proprio nome nella storia, c’è bisogno di carattere e a nessun calciatore biancoceleste manca questo fondamentale. Una brutta serata che aiuterà a crescere, lui come altri. Giù le mani da Luiz Felipe. Giù le mani dalla Lazio.