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Reina: «Vi spiego il mio arrivo alla Lazio. E sul ritiro…»

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Pepe Reina si è raccontato in una lunga e interessante intervista, dove ha toccato tanti temi. Queste le sue parole

Pepe Reina si è raccontato in una lunga e interessante intervista, dove ha toccato tanti temi. Queste le sue parole, rilasciate ai microfoni di FourFourTwo Magazine.

PASSATO, PRESENTE E FUTURO – «Tutto è accaduto cosi in fretta. Senza rendermene conto ero in finale di Champions League. Non ero pronto per quell’esperienza al 100%, forse a causa della pressione. All’epoca pensavo che avrei giocato molto spesso in Champions League e sarebbe capitate altre finali. Non fu così, l’occasione fu unica. Quella notte eravamo la squadra migliore, perdemmo ugualmente. Il primo gol ci ha ucciso prima dell’intervallo, il secondo è stata una pausa globale con Inzaghi che tra l’altro ha colpito il pallone con la caviglia facendolo passare sotto al mio corpo. Volevo vincere per me, per i miei compagni di squadra, per mio padre. La Champions League deve una coppa alla famiglia Reina. Se non ce l’ha fatta mio padre e non ce l’ho fatta io, probabilmente sarà mio figlio a conquistarla. Luca gioca in porta nelle giovanili della Lazio, seguire le orme di suo nonno e suo padre, o almeno lo spero».

ANEDDOTO – «Fare benzina prima delle partite è uno dei tanti stupidi rituali che ho avuto nella mia carriera. Sono un tipo superstizioso e voglio mantenere l’ordine degli avvenimenti sempre identico prima delle gare. Avevo mantenuto la porta inviolata e avevamo vinto un incontro dopo aver fatto il pieno al distributore di benzina. Da lì ho pensato che avrei fatto il pieno prima di ogni partita. Una volta mi servivano dolo 5 sterline per fare il pieno e il benzinaio mi disse “Ma che ca**o stai facendo?”. Alla Lazio non l’ho mai fatto. Mi sono accorto che alla fine sembravo un pazzo. Allontanandomi da Liverpool ho smesso».

LAZIO E RITIRO – «Il segreto della mia longevità sta nell’amare davvero quello che faccio. Sono arrivato l’anno scorso come portiere di riserva, cercando di dare una mano ai ragazzi e aiutando Thomas Strakosha a crescere. Poi, improvvisamente, a causa del Covid-19 e del suo forfait per cinque partite, sono “salito” nella gerarchia. A quel punto l’allenatore, Simone Inzaghi, ha deciso di invertire i ruoli e sono rimasto il titolare per il resto della stagione. Amo il calcio, essere un portiere. È uno stile di vita. La dedizione è l’aspetto più importante. Per essere ai massimi livelli uno, tre, quattro o cinque anni, il talento basta. Ma per vent’anno questo non è garantito. Non è facile. Non so per quanto tempo giocherò ancora. Forse un paio di anni? Penso che quando non sentirò più le farfalle nelle stomaco sarà il momento di dire addio».