Rischiare sempre e non accontentarsi mai: la mentalità di una Lazio tornata grande

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L’analisi di Inter-Lazio, ultima partita del 2017, terminata con un pareggio a reti bianche tra la squadra di Spalletti e quella di Inzaghi

Due punti persi o uno guadagnato? Domanda retorica quando arriva un pareggio che non lascia soddisfatti a pieno. L’amaro in bocca resta, soprattutto dopo la prestazione di ieri. La Lazio esce dalla Scala del Calcio con molte certezze e qualche rimpianto. Al contrario l’Inter si trova a doversi leccare le ferite e a ringraziare qualche santo in Paradiso per le tante occasioni sprecate dai biancocelesti. Come ribadito da Inzaghi nel post partita, i calciatori al termine del match erano rammaricati per non aver vinto in uno degli stadi più importanti del Mondo. Episodio emblematico questo di come in un anno e mezzo sia cambiata totalmente la mentalità di un gruppo che ora vuole vincere sempre. Capitolo Var: mai fortunati con questo mezzo tecnologico che spesso più che di supporto si rivela di intralcio per gli arbitri. Giacomelli non riguarda il mani di Iago Falque, Rocchi invece va a rivedere quello di Skriniar. L’unico caso in cui cambiando l’ordine degli addendi, cambia anche il risultato. E a farne le spese neanche a dirlo è sempre la Lazio. Giustificata la rabbia di Inzaghi che boccia definitivamente il Var. La sua squadra avrebbe potuto avere 7 punti in più ma si ritrova a dover inseguire Roma e Inter, due squadre molto inferiori vedendo le prestazioni degli ultimi tempi. La Lazio in questo momento avrebbe meritato almeno il terzo posto e alla lunga potrebbe riuscire a prenderselo. I biancocelesti hanno giocato alla pari con tutte le prime quattro, senza mai demeritare, ma soprattutto sono quelli più continui contro le ‘piccole’ del campionato. In virtù di questo l’importante era non perdere e non distanziarsi troppo da Inter e Roma. Continuando di questo passo la Lazio a fine stagione arriverà inevitabilmente tra le prime quattro. Arbitri e Var permettendo…


TRE DI FILA
– ‘Tre’ come i gol presi a Bergamo. ‘Tre’ come le gare con la porta inviolata. Sei gol subiti tra Torino e Atalanta, prima di un’inversione di rotta. Contro i granata sono state tante componenti ad incidere quindi il dato poteva anche esser casuale, ma con i bergamaschi la difesa è andata troppo spesso in difficoltà. Dalla partita successiva contro il Crotone, Inzaghi e i suoi collaboratori hanno lavorato su quei principi che avevano fatto grande la Lazio, riuscendo a ritrovare una solidità difensiva. Come lo scorso anno i biancocelesti sono tornati a difendersi in maniera pulita, ordinata e senza mai andare in affanno. I tre difensori hanno giocato per 95 minuti uomo contro uomo, non perdendo mai un duello individuale contro Candreva, Icardi e Perisic. Immenso de Vrij, mai in difficoltà contro il capocannoniere del campionato. Monumentale Bastos, che si prende finalmente la sua rivincita dopo un periodo complicatissimo. Attento e puntuale anche Radu, mai in affanno nonostante la visibile stanchezza accusata nel finale. In supporto dei tre c’erano sempre Marusic e Lulic, encomiabili per il loro lavoro in entrambe le fasi. Impressionante la corsa del montenegrino che all’ultimo minuto ha bruciato il neo entrato Dalbert in un ripiegamento difensivo. Con l’ingresso in campo di Lukaku il baricentro della squadra si è alzato e Radu è stato costretto ad accettare l’uno contro uno con Candreva in campo aperto. Poco è cambiato per Stefan, costretto solo una volta a spendere il fallo che poi gli è costato un giallo. Attenzione, concentrazione e un grande portiere che spesso ci mette una pezza. La Lazio insuperabile in difesa è tornata!

TANTO EQUILIBRIO – Non solo in difesa, anche nell’atteggiamento complessivo, la Lazio sembra aver riavvolto il nastro ad un anno fa. Primo tempo giocato esattamente come i derby della passata stagione, Inzaghi voleva sorprendere Spalletti come aveva già fatto in passato. Dopo una prima fase di studio, i biancocelesti attendevano nella propria metà campo l’Inter, per poi uscire da situazioni difficili con il palleggio e senza buttare palla. Azione da manuale quella costruita sulla sinistra da Radu e Lulic, sviluppata da Milinkovic e concretizzata poi male da Luis Alberto con un tiro cross poco incisivo. La manovra era sempre pulita e fluida, i tre difensori non buttavano mai la palla, iniziando l’azione sempre dal basso. L’Inter era in bambola e riusciva a costruire soltanto occasioni estemporanee e frutto del caso come quella di Perisic, in cui Strakosha si è superato. Nel secondo tempo la Lazio ha capito di poter vincere la partita e ha alzato sensibilmente il proprio raggio d’azione. Anche con i cambi Inzaghi ha fatto capire di non volersi accontentare del pareggio, segno di una mentalità da grande squadra oramai consolidata. Con gli ingressi di Lukaku, Anderson e Nani, l’Inter è stata messa alle corde. I neroazzurri nella ripresa hanno pensato più a non prendere gol che a farlo. I biancocelesti aveva preso possesso del campo e non lasciava respirare la squadra di Spalletti, costretta ad accontentarsi di un punto. Un’altra dimostrazione chiara ed inequivocabile arriva dal ‘Meazza’: la Lazio è diventata grande, ora non ci sono più dubbi.

FELIPE L’ARMA IN PIÙ – Entra lui e la partita cambia. Luis Alberto non vive un buon momento così come Immobile. I due si cercano tanto e si trovano poco, quindi per provare a far male all’Inter serviva imprevedibilità. Nel primo tempo i neroazzurri hanno prestato molto il fianco ai biancocelesti, poco lucidi nello sfruttare i tanti contropiedi avuti a disposizione. Mancava un uomo offensivo veloce come Felipe Anderson, in grado di spaccare in due le squadre avversarie con i suoi strappi. Il brasiliano non ha ancora i 90 minuti nelle gambe, contro la Fiorentina è uscito esausto dopo nemmeno un’ora, quindi non resta che sfruttarlo nel finale quando le squadre solo lunghe. L’aveva preparata bene Inzaghi che si è affidato al folletto verdeoro nell’ultimo scampo di partita e Felipe ha risposto nuovamente presente. I difensori dell’Inter non lo prendono mai e l’unico in grado di fermarlo è Handanovic. Poco convinto quando Immobile gli consegna un rigore in movimento solo da spingere in porta. Il cinismo, la cattiveria e la freddezza sotto porta non sono mai stati i punti di forza di Anderson. Oramai abbiamo imparato a conoscerlo. Croce e delizia che lo rendono un talento cristallino continuo nelle prestazioni, ma discontinuo nell’arco dei 90 minuti. E’ sempre il solito Felipe e come sempre ce lo prendiamo così. Con lui in campo la squadra acquisisce imprevedibilità e rapidità. Il desiderio dei tifosi è quello di vederlo con Milinkovic e Luis Alberto dietro Immobile, ma Inzaghi non si fa ingolosire e intanto studia tutte le soluzioni possibili per impiegare Felipe a gara in corso o dall’inizio. Lì davanti la Lazio fa paura, dietro ha ritrovato solidità, così come a centrocampo. Se ne va un 2017 strepitoso che ha coinciso con il primo trofeo dell’era Inzaghi. L’augurio è di festeggiare anche nel 2018. Magari un altro trofeo, o un piazzamento tra le prime quattro. Magari entrambe le cose, perché accontentarsi? A questa squadra non manca nulla, a parte qualche punto in classifica tolto ingiustamente, ma questa è un’altra storia. Una storia che si spera vada in archivio insieme al 2017 e non perseguiti la Lazio anche nel 2018.