«Abbiamo vinto contro tutto e tutti». «Arrivederci al prossimo incubo»

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L’analisi di Roma-Lazio, quarto derby in stagione vinto di nuovo dai biancocelesti grazie alla doppietta di Keita e al gol di Basta

Rischiava di essere il meno sentito dei quattro e invece… La calma della vigilia si è trasformata in rabbia e il risultato è venuto da se. Solo una squadra in campo, quella che da sempre porta in alto il nome della città eterna. Vittoria in campo e come sempre anche sugli spalti. «7000+11. Bastiamo»-aveva detto la Curva Nord. E così è stato. Paura per Immobile, quasi rassegnazione. Dentro Lukaku tra lo stupore generale. Catenaccio? No, stesso canovaccio tattico degli ultimi due derby di Coppa Italia. E ancora una volta la mossa si rivela decisiva. Inzaghi incarta, Spalletti scarta. Di nuovo non c’è niente. Anzi si, un Keita in più dall’inizio, come prima punta e non esterno. Manolas e Fazio vanno ancora in tilt. Non lo prendono mai . Milinkovic monumentale, Lulic encomiabile, Biglia immenso. Lazio straripante in tutti i suoi interpreti. Partita fantastica, curata nei minimi particolari e giocata con il coltello tra i denti. L’intensità e la grinta hanno fatto pendere l’ago della bilancia verso i biancocelesti , che potevano anche rendere il risultato più rotondo, peccato per le tante occasioni fallite. Spalletti nel finale regala a Totti il suo sedicesimo derby perso e dopo l’espulsione di Rudiger può iniziare la festa sotto i 7 mila laziali. Perché loro difronte a 30 mila romanisti, bastano e avanzano.

ALL’ITALIANAInzaghi prepara la trappola, Spalletti ci casca con tutte le scarpe ed è costretto ancora una volta a prendere appunti. Il tecnico biancoceleste ha preparato la partita sulla falsa riga del doppio confronto di Coppa Italia: farli scoprire e ripartire a tutto gas. La Lazio aveva più gamba e ogni qualvolta si distendeva, metteva in difficoltà la Roma, prevedibile in zona offensiva e lenta a ripiegare in fase difensiva. L’infortunio di Immobile poteva cambiare i piani, ma Simoncino ha continuato sulla strada della velocità, rinunciando al punto di riferimento offensivo. Lukaku è stato la sorpresa delle ultime stracittadine, la chiave tattica di fronte al quale la Roma, non ha saputo prendere contromisure. La progressione del belga ha fatto vedere i fantasmi alla linea a 4 giallorossa: Fazio al 15’ lo stende in area causando un clamoroso rigore sfuggito soltanto a Orsato e ai suoi assistenti.  Se non fosse arrivato il suo  infortunio,  nel secondo tempo la Lazio avrebbe continuato a sfondare sulla fascia sinistra, dove Rudiger veniva continuamente superato. Altra chiave tattica importante del derby è il sergente. All’anagrafe: ‘Sergej Milinkovic-Savic’. Fà il regista offensivo, riuscendo a coprire tre ruoli pure essendo una sola persona. Non fa mai mancare il suo apporto a Keita e come il solito, le prende tutte di testa. Si diverte nel finale quando Manolas e Bruno Peres provano a togliergli il pallone dai piedi con scarsi risultati. Partita preparata bene e giocata meglio dalla squadra più attenta e che, probabilmente dopo 4 confronti, ha dimostrato di essere superiore. Vinta all’italiana come il gioco del calcio insegna. Aspettare per poi ripartire. E’ è il metodo più antico, ma anche quello più efficace. Per ripetizioni bussare a Formello. Capito Luciano?

VITTORIA A 360° – Tutta la squadra sotto la Nord, Inzaghi che esulta come fosse uno di loro. Emozioni a non finire nel primo pomeriggio dell’Olimpico. Orsato ci ha provato, ma non ci è riuscito. Tre episodi vergognosi stavano indirizzando il derby, eppure la Lazio ha reagito da grande squadra qual è. Fuori il carattere,  la grinta e Roma di nuovo K.O. Le simulazioni di Strootman, i gesti volgari ed offensivi di De Rossi e le rosicate di Rudiger alimentano la goduria per la vittoria. Sono stati e saranno sempre inferiori,  i 90 minuti di ieri ne sono soltanto l’ennesima testimonianza. Superiori in tutto perché prima di saper perdere, bisogna imparare a vincere e a loro queste due valori sono sconosciuti. Non c’è storia, non c’è mai stata. Surclassati in campo e fuori. Sul piano etico e morale. Gliela avevano apparecchiata bene, ma nonostante questo, sono stati incapaci di vincere. Spalletti le prova tutte: difesa a 3, poi 4. Poi di nuovo a 3. Eh si, proprio 3, numero perfetto. La corsa di Lulic, colui che gli ha tolto tante ore di sonno, per Keita che corre sotto la sua gente. Quella che lo ha accolto bambino e vorrebbe coccolarlo fino a farlo diventare uomo. Il resto è perfezione. Tutti sotto la curva a cantare, ballare e festeggiare. Perché trionfare in questo modo è ancora più bello. «Abbiamo vinto contro tutto e tutti». «Arrivederci al prossimo incubo».