L’ANALISI DEL GIORNO DOPO – Atalanta contro Lazio, Gasperini vs Inzaghi: così i biancocelesti hanno vinto “la settima”

Lazio-Atalanta
© foto www.imagephotoagency.it

L’analisi della finale di Coppa Italia tra Atalanta e Lazio, vinta dai biancocelesti con i gol di Milinkovic e Correa

La vittoria di tutti. Di chi non si è arreso mai. Di chi ci ha creduto sempre. Di chi mette la Lazio al primo posto. Il cielo è biancoceleste sopra Roma, oggi più che mai. Il tricolore colora l’Olimpico vestito a festa, come nelle migliori serate. La partita era in equilibrio, lo è stata per 82 minuti. Poi quel confine labile ma allo stesso tempo enorme, tra vittoria e sconfitta è stato varcato da Sergej Milinkovic. Il più criticato, il più discusso. L’uomo in meno che diventa l’uomo in più. Corre sotto la curva. La sua curva. Dal momento in cui ha visto la palla toccare la rete, non ha capito più nulla. Si stava togliendo la maglia, poi se l’è tenuta stretta a se, come per dire «Non voglio levarla, mi sta così bene addosso». La bacia, la guarda, poi viene assaltato dai compagni. La sofferenza finale viene alleviata da Correa che al 90’ ha fatto uno scatto come se la partita fosse appena iniziata. Poi l’inizio della festa. L’unica squadra che vince a Roma è la Lazio. Quinto trofeo dell’era Lotito e quinto in dieci anni. Media di una coppa ogni due stagioni. Ancora una volta, la storia dice gloria.

INZAGHI E LA VITTORIA – Per alzare una coppa serviva una Lazio diversa da quella che è uscita sconfitta 10 giorni fa per 1-3. Sin dalle prime battute si è visto un atteggiamento cattivo, di una squadra che voleva uscire dal campo con le braccia al cielo. La partita è stata maschia, perché la Lazio ha voluto che così fosse. Tanti interventi duri, nessuno tirava indietro la gamba e Banti ha fatto volare i cartellini. Il piano tattico di Inzaghi era chiaro: scavalcare il centrocampo dell’Atalanta con lanci sulle punte per evitare il feroce pressing bergamasco. I tre difensori o Strakosha cercavano sempre la palla lunga su Immobile o Parolo, così facendo Freuler e De Roon erano sempre costretti a giocare palloni aerei oppure a rincorre sempre all’indietro. Per questo Ciro è stato preferito a Caicedo; i biancocelesti dovevano giocare sulle seconde palle e attaccare la profondità quando ce ne sarebbe stata l’occasione. La Lazio ha creato poco, forse un po’ di più dell’Atalanta, ma a livello difensivo non ha sbagliato nulla. Perfetti i tre dietro: Luiz Felipe ha dimostrato ancora una volta la sua crescita esponenziale, Acerbi e Radu non hanno perso un 1 contro 1. Non ha demeritato neanche Bastos, tolto da Inzaghi forse troppo frettolosamente, ma con il senno di poi meglio così. Il tecnico non voleva rischiare nulla. Impeccabili in fase difensiva anche i due esterni Marusic e Lulic, per non parlare dei centrocampisti centrali. Tanto sacrificio per Immobile e Correa, che forse avevano il compito più difficile; loro dovevano sacrificarsi e fare gol, ma inevitabilmente la lucidità sotto porta ne ha risentito. Un 2-0 dopo una partita sostanzialmente equilibrata. Un 2-0 che spegne i sogni di gloria di un’Atalanta a cui vanno fatti i complimenti per la stagione e per il percorso. La differenza l’hanno fatta i cambi; Milinkovic e Caicedo hanno spaccato la partita, mentre nei bergamaschi le alternative non sono all’altezza dei titolari, ma questo non lo scopriamo oggi. La Lazio ha confermato di avere una rosa di livello e di essere maturata molto negli ultimi anni. Manca ancora quel gradino in più che vorrebbe dire Champions League, ma non si può avere tutto e subito. Nelle finali c’è poco da fare, la Lazio ha una marcia in più e lo ha dimostrato ancora una volta…