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Teodori: «Solo cessioni all’orizzonte e Lotito pensa alla Reggina. L’ennesimo ceffone alla piazza e alla Lazio!»

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Gianluca Teodori ha scritto una lettera aperta sulla situazione della Lazio: nel mirino gestione, mercato, tifosi e prospettive del club

E’ sempre più triste il momento della Lazio e il rapporto è sempre più teso tra la piazza e il presidente Claudio Lotito. Sulle colonne de Il Tempo è arrivata una nuova lettera indirizzata al patron biancoceleste, questa volta firmata da Gianluca Teodori, caporedattore di RDS, che ha analizzato con toni molto duri la situazione del club capitolino.

Il tema centrale resta quello del futuro della Lazio, tra mercato, contestazione, gestione societaria e prospettive tecniche. Dopo ventidue anni di presidenza Lotito, la riflessione di Teodori si inserisce in un clima già acceso, con i tifosi che chiedono segnali concreti e una svolta nella programmazione. Le sue parole:

«Solo cessioni all’orizzonte, la ricerca avventurosa di soluzioni al mercato a saldo zero, ma la proprietà trova tempo e risorse per acquistare la Reggina. Ovvero l’ennesimo ceffone alla piazza. La Lazio è il principale asset del Senatore Claudio Lotito, ma tra una cosa e l’altra finisce sempre in coda alle sue priorità. Prima la faccenda elettorale in Calabria, poi forse si penserà alla Lazio, confinata in una visione sconcertante: un’impresa senza un prodotto, la squadra, e senza una clientela, i tifosi. Inanimata, isolata dal mondo, col deserto attorno. Questa è la nostra storia oggi, non aggiungo l’espressione coniata dal proprietario in uno dei suoi exploit telefonici più eclatanti, un deserto della ragione e dei sentimenti».

Lotito, il nodo tecnico e il peso degli ultimi anni

Il passaggio più duro riguarda anche la costruzione della squadra e la percezione del progetto tecnico. Teodori cita il recente passato, i problemi legati al mercato, la gestione dell’immagine e il confronto con una Lazio che in passato poteva contare su interpreti di livello come Ciro Immobile, Luis Alberto, Sergej Milinkovic-Savic e Felipe Anderson.

«C’è poco da fare comunicati con l’AI quando gli ultimi anni ci hanno regalato eterni indici di liquidità, alla faccia della gestione virtuosa di certi racconti. Prima del sogno sostenibile, storie di falconieri lussuriosi, spericolati profili social dirigenziali, caldaie che funzionano un po’ e un po’, tristissimi pinguini senza amici in uno stadio desolato, telefonate di morti di fame, Sarri che ha fatto scappare mezza squadra. Sembra una comica, è una tragedia per contenuti e immagine.

Il blocco del mercato l’anno scorso e stavolta il saldo zero dicono che alla Lazio oggi mancano i mezzi, anche se le narrazioni lotitiane sbandierano solidità patrimoniali e immobiliari e sbarchi a Wall Street. Mancano idee e competenze, se gli interpreti di oggi non avvicinano lontanamente Immobile, Luis Alberto, Sergej o Felipe. La proprietà cerca occasioni e scommesse, esortando Gattuso a lavorare su cotanto patrimonio tecnico ignorato e deprezzato da allenatori scemi. Ma si gioca un Mondiale a 48 squadre senza un solo biancoceleste in campo. Il settore giovanile e l’Academy sono un mistero biblico».

FLAMINIO E PRESIDENTI DELLA STORIA DELLA LAZIO – «Il Flaminio, col suo naming, sembra un emblema. Incolto e pericolante, Lotito lo considerava un bagno pubblico. Ora è la nuova arma di sfinimento, la barricata estrema per dilatare il suo tempo: un prevedibile pantano decennale tra archeologia e burocrazia, cavilli, battaglie legali e politiche. Ignora forse, il proprietario della Lazio, che 40 anni fa la Roma di un senatore DC più potente di lui, l’ing. Dino Viola, sotto l’ala di Andreotti, non riuscì a fare il suo stadio con soldi veri, la Coppa dei Campioni e senza eredi Nervi o sovrintendenze alle costole. O forse non lo ignora, Lotito, visto che qualcuno gli attribuisce simpatie giallorosse all’epoca.

L’epoca in cui chi scrive viveva da ragazzino questa caspita di storia ed era pronto a perdonare anche il crac a Giorgio Chinaglia, idolo, presidente disastroso ma folle d’amore, con l’orgoglio e la speranza di un domani migliore. Alla Lazio lui ha davvero dato tutto, il contrario rispetto a Lotito, che dalla Lazio ha avuto fama, visibilità, potere, riservando spesso ai laziali toni furibondi, scelte dispettose e inspiegabili nell’ammirazione sarcastica dei romanisti, un crescendo fino ai più recenti, insopportabili insulti».

LA RICHIESTA – «Da professionista, in questa caspita di storia chi scrive ha conosciuto Gianmarco Calleri. Tracotante all’inizio, innamorato alla fine della sua Lazio, con i conti in ordine senza i soldi sicuri dei diritti Tv. O Sergio Cragnotti, spesso indicato come padre di tutti i debiti, nella lunare narrazione presidenziale. O Ugo Longo, che qualcuno ha chiamato Coso. Il tempo è scaduto. 22 anni senza mai un vero sogno nel calcio sono un ergastolo. Nessuno lo nega, con Lotito la Lazio ha vinto anche cose importanti. Ma il presente è una burla e il futuro un’incognita. Questa caspita di storia attende solo un nuovo capitolo».

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