Proto: «Strakosha è un fenomeno! Roma? Ho sempre sperato di…»

© foto sslazio.it

Silvio Proto a 360°: il portiere della Lazio ha raccontato il suo ambientamento in Italia e il rapporto con Thomas Strakosha

Sono passati quasi cinque mesi dall’approdo di Silvio Proto nella Capitale. L’estremo difensore belga ha collezionato al momento solo due presenze (entrambe in Europa League) ma, in un’intervista rilasciata a Sport Foot Magazine, non si è pentito del trasferimento in biancoceleste: «Già quando giocavo in Belgio sono stato in Italia 3 o 4 volte. Ero venuto qui con mia moglie, Roma è sempre stata la nostra città preferita. Mi sono sempre detto che se avessi avuto la possibilità di giocare in uno dei due club di questa città non avrei mai esitato. Lazio? Tutto era chiaro fin dall’inizio: sarei stato il secondo portiere alle spalle del titolare, Thomas Strakosha. Non ho mai visto un portiere forte come lui, dietro a un gruppo con così tanta qualità. L’albanese è giovane, grosso fisicamente, esplosivo… Ha tutto quello che serve per fare una carriera al top».

LA VITA A ROMA E ALLA LAZIO«Anche se ormai ho 35 anni, credo di essere nel periodo della mia carriera in cui mi sento più forte. Fisicamente, non ho le stesse gambe di quando avevo 25 anni, ma faccio il pieno di esperienza. Con l’età si acquista serenità e non si vive più 24 ore al giorno per il calcio. Più sei giovane, più ti imponi di non andare in vacanza quando vuoi, di non mangiare quello che ti pare. Quando passano gli anni, invece, ti concedi qualche libertà in più. Mi godo un po’ più la vita: bevo un bicchiere di vino, vado qualche volta in più al ristorante, gestisco meglio il sonno e ho meno stress. Tuttavia, va detto che qui in Italia il carico di lavoro è due volte più pesante rispetto a quello degli altri club in cui ho giocato. Però, la società dà anche molta più libertà ai suoi giocatori. Abbiamo tutto a nostra disposizione, ma non è come in Belgio, dove per esempio ti obbligano a sottoporti a sedute di crioterapia. Qui lo fai se ne hai voglia. Ci trattano come adulti, non come un gruppo di bambini che deve rispettare un programma alla lettera».

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