Nesta: «Ero triste, poi il Milan fu una fortuna. Lazio in Champions? Deve provarci»

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Alessandro Nesta torna a parlare nuovamente di Lazio e Milan, le sue due squadre del cuore

Senza ombra di dubbio è il doppio ex d’eccellenza di Lazio-Milan, chi meglio di Alessandro Nesta ha vissuto le due piazze. L’attuale allenatore del Miami Fc si è concesso ad un’intervista per l’edizione odierna de Il Corriere dello Sport.

Buongiorno Alessandro, come va la preparazione con il Miami?
«Bene, qui è bello, sto allenando una buona squadra, tra poco inizierà la stagione. Il calcio americano è in crescita. Ogni anno entrano nuove squadre nella Lega, ci sono investitori interessati, e poi qui a Miami giocano tutti a calcio».

Si sente ancora ex giocatore o comincia a ragionare da allenatore?
«Premessa. Il passaggio dal campo alla panchina è terribile, è un momentaccio quando smetti di giocare, chi più e chi meno tutti lo accusano perché finisce un divertimento e una cosa che hai fatto una vita. Ci vuole tempo, ma è inevitabile, te ne accorgi. Il corpo non se la sente più di giocare, lo hai fatto correre per una vita, devi smettere».

Cosa cambia in panchina?
«E’ totalmente diverso. In campo puoi determinare la partita, se fai una prestazione migliore sei contento, se giochi male ti senti un po’ così. Dalla panchina più di tanto non puoi fare, è frustrante, è difficile. Quando sei in campo puoi intervenire, ma è bello anche questo mestiere ai confini del campo».

C’è un tecnico a cui vorrebbe assomigliare tra i tanti grandi allenatori che ha avuto?
«Deve prendere da ognuno qualcosa. Magari qualche idea da Zeman, perché la sua fase offensiva era strepitosa. Se penso alla linea dei quattro difensori dico Sacchi perché l’ho avuto in nazionale. Ma poi ho avuto anche Ancelotti, Eriksson, Lippi. Tutti grandissimi allenatori. Ognuno mi ha lasciato qualcosa, l’ideale sarebbe prendere le doti migliori di ciascuno…».

Conta di più la tattica o la gestione degli uomini per diventare un grande tecnico?
«Nel calcio moderno bisogna essere preparati tatticamente, non è più come prima, sono tutti preparati. Ma anche la gestione del gruppo è fondamentale. Io dico: meglio non copiare, vorrei essere me stesso, anche perché non potrò essere Eriksson, Ancelotti o Lippi. Guardate Conte, strattona il suo secondo, rispecchia il suo modo di essere. E poi Simeone è Simeone. Come era in campo oggi porta il suo temperamento in panchina, è quella la sua forza mentre la forza di Ancelotti è la sua calma. Non ci si deve snaturare altrimenti diventi la brutta copia di un altro».

Ha nostalgia dell’Italia?
«Certe volte sì. Mi mancano alcune cose, certe volte no, perché ci sono altre cose che non mi mancano».

Provi a dirci cosa le manca e cosa non le manca.
«Mi manca l’Italia in generale, dove sono nato, il cibo, gli affetti. Mi manca il nostro calcio. Non mi manca quello che invece è successo a Pescara, perdi una partita e ti danno fuoco alla macchina. Non esiste. Qui in America non succederebbe mai».

E’ informatissimo.
«Guardo tutto, l’Italia è casa mia, vivo qui per i miei figli, sto facendo un’esperienza di vita».

Ci parli dei suoi figli.
«Ne ho tre. Sofia di 10 anni, Tommaso di 9 e Angelica, la più piccola».

Tommaso diventerà un altro Nesta?
«Non lo so. Gioca, è bravino, per ora si diverte, ha passione. Il calcio gli piace, chiede le cose».

Un piccolo laziale?
«E’ nato a Milano, ma sa tutto, gli ho spiegato tutto».

L’altro giorno ha detto “invidio Totti, io devo mettere il ghiaccio sul ginocchio”. Voleva continua a giocare?
«E’ vero, a 40 anni è dura, Francesco ancora riesce a giocare, tanto di cappello. Io avrei continuato sino a 70 anni, se avessi potuto. Il problema è che sono tutto rotto. La cosa più bella è stare dentro al campo. Allenare è bello, ma giocare ancora di più, è
una figata. Non so se qualche mio collega pensa il contrario. Io per adesso penso sia meglio giocare e non so se cambierò idea».

Con Totti siete diventati meno rivali e più amici quando ha lasciato la Lazio?
«Ma no, anche prima lo eravamo, solo che con Francesco non ti potevi vedere, non potevo andarci a cena, per intenderci. Questo per la mentalità della città, forse non solo di Roma, ma per la mentalità italiana. Magari al Nord, in una città come Milano, succede meno perché hanno vinto di più, ma in generale c’è una mentalità diversa. In Italia non si accetta la sconfitta, non si è mai obiettivi, si divide, si cerca solo un colpevole».

Quanti Lazio-Milan le vengono in mente?
«Su tutti la finale di Coppa Italia in cui ho anche segnato un gol. La Lazio dopo tanti anni vinceva un trofeo, una serata che ricorderò per sempre. E poi quella del 4-4 nell’anno dello scudetto. Una partita stupenda, con giocatori fenomenali. Shevchenko, quando arrivai al Milan, me la ricordava sempre. Segnò, se non sbaglio, tre gol. Con la maglia del Milan, invece, non ho mai giocate partite super. Posso dirlo. La partita con la Lazio la soffrivo un pochino, la sentivo».

Cosa ricorda dell’agosto 2002 quando Cragnotti stava pianificando la sua cessione al Milan?
«L’ho vissuto male quell’agosto, non volevo andare via all’inizio, me lo dissero con sei-sette mesi d’anticipo, poi arrivai all’ultimo giorno di mercato convinto che non sarebbe successo nulla. Mi ritrovai da Formello a San Siro in poche ore, fu un giorno particolare e non potevo essere felice. Dopo sono stato felicissimo, perché il Milan mi ha dato tantissimo e per tanti anni, ma quel giorno non lo ero».

Il 10 agosto, eravamo a Londra con la Lazio, arrivò il comunicato di Berlusconi che si ritirava dalla trattativa. Nesta usciva dal mercato dopo mesi in cui era stato venduto più volte.
«Prima della fine del campionato dovevo andare alla Juve, sembrava fatta, poi era nato un discorso con l’Inter. A metà agosto era finito tutto, gli ultimi giorni di mercato rivenne fuori il Milan, ma l’operazione venne chiusa proprio nelle ultime ore. Diciamo che era quello il mio destino. Nedved un anno prima era andato via, la società era in difficoltà, sennò un giocatore come Nedved non lo vendi».

Torniamo all’attualità. Si aspettava che Simone Inzaghi diventasse allenatore?
«No, assolutamente no, come non pensavo lo diventassero Oddo e altri come Stellone che conosco da anni. Bravi. Complimenti, hanno avuto una crescita nel tempo che li ha portati a far bene. Simone sta andando benissimo, ma non me lo aspettavo. Simeone si vedeva già allora che sarebbe diventato allenatore, pressava, pensava da tecnico, parlava di tattica. Simone no, era un attaccante, “datemi la palla e faccio gol”, questa era la sua mentalità, non si preoccupava di cosa accadeva dietro. Ho seguito e sto seguendo la sua Lazio. Gioca bene. Complimenti, tanti complimenti a Simone».

Cosa apprezza di Simone Inzaghi vedendolo da lontano?
«La forza offensiva che esprime la sua Lazio, i tanti giocatori che porta in area di rigore. E poi le sue intuizioni, ne ha avute tante. E’ stato bravo. E’ uno che fa giocare quinto di destra Felipe, se me lo avessero detto cinque mesi fa non ci avrei creduto. Invece glielo fa fare, se serve, con buoni risultati e questo significa tanto. Gli ha fatto credere che può farlo».

Dove può arrivare la Lazio? Europa League o Champions?
«Per la Champions è dura, perché ci sono squadre più attrezzate davanti, ma sono lì e si è giocato un bel pezzo di campionato, sognare non costa niente, possono provare ad arrivarci e l’Europa League sarebbe lo stesso un bel risultato».

Quella squadra di Eriksson era piena di futuri allenatori. Perché?
«Non lo so, posso dire questo. In quella squadra c’era tanta personalità, carisma, era piena di giocatori con una certa leadership, giocatori veri, quindi predisposti a riciclarsi come allenatori».

In epoca remota Sabatini, in tempi più recenti Brocchi e Tare provarono a riportarla alla Lazio. Ricorda?
«Nacque una mezza voce nel 2007, però le cose non andarono in un certo modo e non si creò la situazione. Ero in scadenza, firmai per il Milan ed è andata bene così».

Cosa la colpisce di Montella allenatore?
«Mi piace molto, mi piace perché ha un’idea di calcio interessante, allena una squadra offensiva, è molto bravo».

Forse a Montella è legato il ricordo più brutto nel derby con la Roma. Si parlò tanto della sua sostituzione nell’intervallo. Come andò?
«L’ho ricordata cento volte. Ho giocato una brutta partita e sono uscito, venivo da una settimana difficile, ero stato quasi venduto, sono crollato per tutto. Mi avevano chiamato dalla società per dirmi che sarei dovuto andare via, ho beccato un avversario fortissimo. Una serataccia può capitare a tutti, purtroppo capitò nel derby».

Si può dire che la manifestazione “Di Padre in figlio” l’ha aiutata a ristabilire il rapporto giusto con la tifoseria della Lazio? Che poi quei fischi dopo la cessione mica erano nati per responsabilità di Nesta…
«Quando ero alla Lazio non ho mai cercato di farmi voler bene a tutti i costi. Il rispetto me lo sono guadagnato in campo, non ho mai parlato tanto fuori. Un tifoso è libero di fischiare e di applaudire. Io non mi snaturerò mai per ricevere un applauso in più o in meno. Sono sempre stato moderato, tranquillo, sono orgoglioso di come ho interpretato la mia professione di calciatore e va bene così».

Lunedì che partita si aspetta? E’ più forte la Lazio o il Milan?
«In questo momento il Milan forse è in difficoltà, anche se ha vinto a Bologna. Come momento generale di forma forse sta meglio la Lazio, sono due grandi squadre, giocheranno un calcio aperto, gli episodi come al solito diventeranno decisivi».

Chi potrebbe decidere la partita?
«Vedo Felipe e Immobile per la Lazio. Nel Milan dico attenti a Bacca, prima o poi si sbloccherà».

Un giorno preferirebbe allenare il Milan o la Lazio?
«Non ci penso, potrei dire tutte e due. Se fai l’allenatore e se capita l’occasione non puoi fare distinzioni. Ma ora è presto e sto bene qui negli Stati Uniti».

Vedrà la partita in diretta tv?
«Sì, certo, c’è un canale che trasmette il campionato italiano, è una partita di cartello».

Pronostico?
«Diciamo pareggio».

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