Nesta: «Lazio, eri la mia vita e non volevo lasciarti». E su Totti…

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La lunga intervista ad Alessandro Nesta che ritorna sulle orme del suo passato e giudica la Lazio di Inzaghi

Maggio è un mese che mette malinconia. Dovrebbe essere il contrario, perchè è un piccolo assaggio dell’estate che sta per arrivare, ma per i tifosi laziali riporta i grandi successi delle squadre del passato. Dagli Scudetti, alle Coppa Italia, passando per la Coppa delle Coppe: vittorie storiche e protagonisti entrati nella leggenda. Fra questi va menzionato il capitano Alessandro Nesta, che ha rilasciato una lunga intervista apparsa sulle pagine odierne del Corriere dello Sport. Eccone una piccola parte.

Mi racconta come ha cominciato a giocare al calcio?
«Abitavo a Cinecittà e prima non c’era la Play Station, non c’era l’ipad, non c’erano le partite su Sky, in verità non c’era niente, perciò giocavamo a calcio sotto casa, partite che non finivano mai. C’era solo quello allora, non c’era tennis, non c’era nessun altro sport e come tutti i bambini giocavo a calcio. Poi sono andato nella squadra del mio quartiere a Cinecittà, che era collegata alla Roma. Ma la mia famiglia era laziale e mio padre lo era in modo molto convinto, per usare un eufemismo. La Roma mi voleva, avevo 7 anni, e c’era stata un’offerta per andare in giallorosso. Ma scattò il veto biancazzurro di papà e così ho preferito aspettare la Lazio. Perché era così che doveva andare».

Invece suo padre da buon laziale l’ha portata a fare un provino con i biancazzurri?
«Sul Corriere dello Sport c’era l’annuncio che la Lazio faceva dei provini. Mio padre subito ha preso la palla al balzo, ha chiamato e quel giorno sono andato come tanti, non so quanti. Centinaia di bambini. Sono andato e mi hanno preso a otto anni».

Mi ricorda il primo incontro con Totti?
«Totti, che storia! Il primo incontro fu in un Lodigiani-Lazio. Avevamo otto anni. Ricordo che nella capitale, quando eravamo piccoli, Totti era già Totti, a otto anni. Perciò tutti già sapevano quanto fosse forte. E tutti avevano molte aspettative, incredibili per un bambino, però tutti ne parlavano. Ci ho giocato contro quando era alla Lodigiani, per due anni. Poi è passato alla Roma e abbiamo avuto tanti incontri. Ho avuto sempre un buon rapporto anche da piccolo con la madre, con il padre».

In campo, durante i derby, c’era molta rivalità tra voi due?
«Sì, ma sempre con grande rispetto. Io con Francesco ho avuto sempre un buon rapporto. Abbiamo giocato insieme in Nazionale ed è un grande amico, in campo e anche fuori. Quando vengo a Roma andiamo a cena. In campo grandi battaglie, però poi il rispetto reciproco. Ho voglia anche adesso di vederlo, di sentirlo. E’ un giocatore e una persona per la quale ho grande rispetto. Per altri magari no. Con altri in campo me le sono date e anche fuori gliele avrei date. Con lui no, in campo gliele avrei date, ma fuori immensa amicizia».

Quel litigio che dicono esserci stato in Nazionale dopo il “Vi ho purgato ancora” è vero o no?
«Lì un po’ di attrito c’è stato, però eravamo ragazzini, venivamo da una città dove la pressione nei nostri confronti era grandissima».

Che cosa è il derby, per due giocatori come voi?
«Io parlo per me. E’ una partita particolare, che io ho vissuto sempre male. Perché siamo cresciuti con l’incubo di questo derby. Quando avevamo otto anni tutti già parlavano di derby. Mi è capitato di giocare partite più importanti del derby, come la Champions League. Però ho sempre sofferto emotivamente il derby; veniamo da una città nella quale è più importante di tutto. Una pressione che uno vive male, perché condiziona molto. La vita privata e l’andamento della stagione professionale. Perciò troppa tensione. Non mi piaceva».

Quel derby in cui Montella le fece tre reti come lo ricorda? Con angoscia?
«Una delle partite peggiori o forse la peggiore che ho fatto in vita mia. Come ho detto, io soffrivo l’atmosfera tesa e velenosa del derby, ma quello fu particolare perché già c’era un’aria d’addio alla Lazio, si sapeva che la società aveva deciso di cedermi, mi avevano comunicato che mi avrebbero venduto perché avevano problemi economici. L’ho vissuta molto male, questa cosa. Sapevo che sarebbe stato l’ultimo derby, ero a disagio. Poi, nella giornata in cui ti senti un po’ così, becchi pure quello che ti fa tre gol…Però ogni giocatore credo abbia nella carriera una giornata di quelle. A me è capitata in quel derby, con Montella».

Lei rifiutò di andare alla Juventus? Perché?
«Perché non volevo andare via dalla Lazio. Io non mi vedevo fuori da quella società, da quella squadra, non ero pronto a prendere la valigia e lasciare quello che era stata fino ad allora, almeno calcisticamente, la mia vita. Io avevo giocato solo lì e pensavo che avrei finito alla Lazio. Due anni prima ero stato richiesto dal Real Madrid e avevo rifiutato. Oggi se ci penso… Però il destino mi ha premiato e sono finito al Milan, quasi costretto. Ma oggi ringrazio Dio: ho vinto quello che ho vinto, sono stato meravigliosamente a Milano. Ma andare via dalla Lazio e da Roma è stato comunque come strappare delle radici, profonde».

Il rapporto con Cragnotti come fu?
«Con Cragnotti all’inizio benissimo. Andava tutto bene, mi aveva coinvolto anche nel consiglio d’amministrazione della Lazio. Poi la Lazio ha cominciato ad imbarcare debiti e il rapporto si è rovinato. Io ero ragazzino, non avevo venticinque anni, non ero pronto ad affrontare cose più grandi di me in quel momento e lui con me non si è comportato benissimo. Doveva vendere alcuni di noi, ci ha fatto passare per traditori e questo non l’ho accettato. Io avevo fatto tanto alla Lazio, avevo ricevuto anche tanto, e ne dovevo uscire in un altro modo. Non capisco perché il presidente con me sia stato sleale, perché non abbia detto la verità: che ci diedero via perché dovevano risanare i conti e non perché noi volevamo andarcene. L’ultimo anno l’ho vissuto male, perché per sette mesi non pagarono gli stipendi e i miei compagni venivano da me, che avevo ventiquattro anni e dovevo io rispondere a tutti i giocatori che non prendevano i soldi. Lui invece era in ufficio. Cragnotti poteva fare meglio, molto meglio».

Che cosa è la lazialità?
«Ogni città ha un modo proprio di vivere il calcio. La lazialità ha tanti pregi per me: l’attaccamento persino febbrile alla maglia, alla squadra, ai colori. Il difetto? A volte si parla troppo quando si perde, ci si demoralizza facilmente, si butta tutto alle ortiche per una sconfitta. Io vorrei vedere l’Olimpico sempre pieno, anche quando i risultati stentano a giungere».

Quale è il successo della sua meravigliosa carriera che lei ricorda con più gioia?
«La Coppa Italia con la Lazio contro il Milan perché prima non avevo vinto mai niente. Poi lo scudetto con la Lazio, chiaramente. In particolare per come è avvenuto, all’ultimo secondo. E’ stata una gioia immensa. E ancora le grandi vittorie con il Milan, anche quelle sono state importantissime. La Champions League a Manchester contro la Juventus. Importanti, per la mia vita di calciatore e di uomo».

Gascoigne come era?
«Era un giocatore fantastico. Io non ho visto molti giocatori capaci di fare le cose che faceva lui. Aveva grande qualità, estro, potenza fisica. Poi, per il resto, era Gascoigne, era un giocherellone, un bambinone che spingeva sempre la macchina al massimo. Un ragazzo di grande cuore con i compagni, con tutti. Viveva la vita a duecento all’ora. Troppo veloce».

Cosa pensa della Lazio di Inzaghi?
«Io credo che Simone abbia fatto un lavoro impressionante, è riuscito a convincere i giocatori a giocare in ruoli che prima non avevano provato, tipo Felipe Anderson. Io credo che la Lazio abbia anche un gran gioco e calciatori forti, molto forti».

Chi le piace più degli altri?
«Keita, perché Keita ha delle qualità rarissime. Ha un tesoretto in casa, la mia Lazio».

Dalla sua Lazio sono venuti fuori molti allenatori: Simeone, Mancini, Crespo, Liverani, Inzaghi. Come mai?
«Io giocavo con giocatori molto competitivi, grandi campioni. Quando smetti di giocare quello che ti manca di più è competere contro qualcuno. Quando smetti non ti manca niente: hai la famiglia, tempo libero, però non sei contento. In fondo un ex giocatore di livello affronta la carriera di allenatore perché gli manca qualcosa e quel qualcosa è competere. A casa non si compete. L’unico modo per competere per noi ex è fare l’allenatore».

Chi si aspettava che sarebbe diventato un grande allenatore, dei suoi colleghi? Per la testa, per il modo di pensare il calcio?
«Simeone, già si vedeva che era predisposto. Un pazzo scatenato per il lavoro, anche quando era libero, andava a correre, era molto attento all’aspetto tattico, un competitivo, un grandissimo che non voleva mai perdere. Simeone si vedeva, era quello che mostrava già doti di guida e di leadership. Simone Inzaghi per me è stata invece una grande, bellissima sorpresa».