Lazio-Roma, 6 gennaio 2005: “Paole’, j’hai fatto male ancora una volta!” – VIDEO

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Il 6 gennaio 2005, Paolo Di Canio trascina la squadra nel derby della Capitale e la Lazio trova un nuovo eroe

È il 6 gennaio, gli ultimi strascichi delle feste, i bambini scartano le caramelle e giocano col carbone delle calze, le tavole sono imbandite ancora con tovaglie rosse e l’albero splende instancabile con le sue lucine. È il 6 gennaio. La più molesta nostalgia, però, ricorda al cuore un’altra epifania. Il momento rivelatore: il 6 gennaio 2005.

È il derby della Capitale. Una storia che sembra avere un finale già scritto. Papadopulo raccoglie le ceneri della panchina di Caso. La Lazio ristagna sul fondo della classifica e scruta il baratro con diffidenza e timore. Dieci gli scontri senza i tre punti. Le sorti della difesa affidate all’improbabile coppia Gainnichedda-Talamonti. Praticamente una disfatta annunciata, se non fosse per quello sguardo che spicca in mezzo al campo. Per quella pallina impazzita che corre spinta dall’orgoglio della maglia. Se non fosse per Paolo di Canio. È una notte speciale per lui. Finalmente è tornato a casa sua a respirare l’aria della stracittadina densa di fumogeni e adrenalina. Come sedici anni prima, quando con l’arroganza dei suoi vent’anni e il dito puntato sotto la Sud mandò alla gogna un’intera tifoseria. A lui il compito di infondere nei compagni il giusto temperamento, scacciare le paure per sovvertire ogni pronostico. Undici cuori che battono all’unisono spinti dalle stesse emozioni. In campo, i fratelli Filippini sono due mine vaganti, due bombe pronte ad esplodere. Antonio non lascia spazio di manovra a Totti, Emanuele – reinventato terzino – spende ogni goccia di sudore. Sono talmente carichi che è lo stesso Paolo a suggerirgli di abbassare il ritmo per non lasciare la squadra in nove. E poi… e poi il resto è una pagina di storia raccontata dalla voce di Guido De Angelis. Chiudendo gli occhi, si può ancora sentire «Bella palla di Liverani per Di Canio…», il numero 9 che prende il tempo a Mexes, s’inserisce nella difesa giallorossa, la rompe e insacca la palla con una zampata. Un secondo. Un lampo che precede il boato dell’Olimpico. «Paole’ j’hai fatto male! Paole’ j’hai fatto male ancora una volta!», la voce del cronista laziale risuona come una sentenza. Paoletto ha mantenuto la promessa. Le braccia tese e la camminata fiera lo portano faccia a faccia col nemico, sotto la Curva ‘di quegli altri’, di chi lo accusava di essere vecchio, finito. Prima di lui, solo un altro folle lo aveva fatto. Sulle spalle, portava il nome di Chinaglia

Cassano si prende il pareggio, ma non basta per spegnere le speranze in una notte così magica. C’è tensione. Cesar fallisce la prima volta il raddoppio, poi sorprende Pelizzoli con una rasoiata e via ad esultare con un improbabile balletto. Una boccata d’ossigeno prima della definitiva apoteosi. Il contropiede di Tommaso Rocchi è letale. Il tabellone luminoso non mente: 3-1. Tre. Come il numero che Di Canio segna fiero sotto alla tribuna Monte Mario mentre abbandona il rettangolo verde. Oltre ogni sogno, al di là dell’immaginazione: «Non me lo sarei mai aspettato così bello. Sono arrivato carichissimo, ero preoccupato ma ‘sta gente me dà tranquillità. Con ‘sta maglia addosso, non c’ho paura de niente». Non ha più voce e gli occhi sono umidi. È il 6 gennaio e la Lazio ritrova il suo eroe.

 

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