Immobile: «Lazio destinata a rimanere in alto. Mi sento laziale!». E sul Napoli…

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© foto Db Genova 23/02/2020 - campionato di calcio serie A / Genoa-Lazio / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: esultanza gol Ciro Immobile

Lazio, Ciro Immobile è intervenuto nella diretta Instagram di Damiano ‘Er Faina’: ecco le parole del centravanti biancoceleste

Le dirette Instagram sono diventate il il filo conduttore tra i tifosi e gli atleti. Un canale diretto utile anche per manetenere viva la passione del calcio. Il bomber della Lazio, Ciro Immobile, è attivissimo sui sociale e oggi è intervenuto nello spazio di Damiano ‘Er Faina’, ecco le sue parole: «Ho finito di allenarmi adesso. Sto bene, tutto a posto. Mi manca il calcio, come a tutti: è una fonte di distrazione, alla fine. Carriera? Ho iniziato da Sorrento, poi quando è arrivato in C abbiamo incontrato squadre forti e a 15 anni mi hanno visto Juventus, Inter e anche il Messina».

JUVENTUS – «Dopo sono andato a Torino, quando mi ha chiamato la Juve pensavo fosse uno scherzo, me lo disse mio padre. Quando ti ritrovi lì, è una sensazione bella. È stato molto difficile l’ambientamento. Tutto andava veloce, dovevo tenere il passo. Il primo anno ho fatto fatica, poi gli altri due anni sono andati alla grande».

SIENA E GROSSETO – «Siena, ero giovane in una squadra fortissima per la Serie B, allenata da Conte. Ho sofferto il salto di categoria, anche se poi anche l’esperienza a Grosseto mi è servita tanto per andare a Pescara. Uno step importante, come Genova. Stringere i denti quando va male. Il calciatore lo fa la testa, nella carriera arrivano momenti in cui non tutto va come vuoi, in quel momento si vede se puoi fare il giocatore o no. Non pensare mai di non essere all’altezza. Mi son detto che sarebbe passato e pian piano ce l’ho fatta».

PESCARA – «Da lì mè partito tutto. C’era un mix tra giovani ed esperti che dava una spinta in più, eravamo un gruppo fantastico. Ci davano per spacciati, non ci conosceva nessuno, il mister era in rilancio. Zeman è stato bravo a tenerci uniti e compatti, ci ha dato tutto a livello fisico, andavamo a tremila. Ma anche quando le cose andavano al massimo pensavo comunque che potevo fare di più: avevo dato tutto in Serie B, ma volevo farlo in Serie A. Pescara un punto di partenza».

UNDER 21 – «Finale? Quella persa lì era perchè ci mancava l’esperienza. Tanti di noi venivano dalla Serie B, loro già facevano la Champions League. Dopo il mio 1-1 abbiamo avuto l’occasione di Florenzi, ma il loro 2-1 ci ha tagliato le gambe. Siamo comunque usciti dal campo consapevoli di aver perso contro una squadra fortissima ed aver dato tutto, avevamo fatto un Europeo davvero bello».

GENOA E TORINO – «Sono partito bene, poi i cambi di allenatore li ho accusati. Sono andato in difficoltà anche per la lotta retrocessione, è stata un’esperianza con tutte cose negative che mi son servite dopo. Poi c’è stato il Torino, un’annata incredibile. Non ero partito benissimo, ho segnato alla settima giornata. Vincere la classifica marcatori al secondo anno di A è stato bellissimo, avevamo un gruppo fantastico. Lì ho capito che potevo stare in Serie A e migliorare. Senza Cerci non penso che avrei fatto tutti quei gol, ci completavamo, mi lasciava spazio, eravamo una coppia perfetta».

ESTERO – «Avevo la proposta del Borussia e dell’Atletico Madrid. Mi piacevano entrambe, ma io avevo già dato la mia parola ai tedeschi, non volevo ritrattare. Ho ringraziato, anche se non avevo un accordo scritto. Al Borussia c’era Klopp, andavo in uno squadrone. Lì non è andata male, solo che non è andata come volevo io. Sono arrivato da straniero, loro si ritrovavano in fondo alla classifica e non sapevano il perchè, io non potevo prendere la squadra e trascinarla come volevo. In Champions ho fatto 4 gol, in campionato 10. Il mister si fidava dei senatori, ovviamente, io sono stato messo da parte. Mi trovavo bene, anche con la squadra, ma mancava quel passo in più per i risultati».

SIVIGLIA – «Mi sono trovato male con l’allenatore. Ho scelto il Siviglia per rilanciarmi perchè giocava la Champions, in Italia non avevo nulla. A gennaio volevo andare via, dopo il ritiro il mister mi chiese di non andarmene, poi mi ha messo fuori».

KLOPP – «Fortissimo, è un motivatore, vero intenditore di calcio, faceva allenamenti bellissimi. Mi sarebbe piaciuto lavorare con lui nel momento migliore della mia carriera. Lui è come Inzaghi, un allenatore europeo: è completo. Punta su tutto. Si assomigliano, ma agiscono in modo diverso».

LAZIO – «Quando mi ha chiamato ero a Siviglia, prima di partire per il ritiro. Io ero molto felice perchè volevo venire a tutti i costi, era una bella occasione per tornare quello di prima. Mi piaceva la squadra, il mister. Io sono arrivato dopo il casino di Bielsa, con la squadra già quasi fatta. Da subito mi è piaciuto l’ambiente, mi sono sentito subito integrato, è stato automatico, come se mi conoscessero da sempre. Klose? Non ci ho pensato che dovevo sostituirlo, volevo fare il mio percorso. I tifosi si aspettavano qualcuno che si avvicinasse a lui. Il primo anno è stato bellissimo. Partner fondamenttale? Felipe Anderson. All’inizio, stava a duemila, ma anche Milinkovic che stava crescendo. Sergej si vedeva, da lì è partito. Ogni anno qualcuno è stato fondamentale, dopo Felipe c’è stato Luis Alberto. Nel frattempo c’è sempre stato il Sergente. Poi è arrivato Correa. Keita? All’inizio non stava benissimo, poi ha fatto tantissimi gol, è esploso nel girone di ritorno. Caicedo che aveva sofferto l’ambientamento, l’anno scorso ci ha dato una grossissima mano, è fantastico. Il mister è sempre in difficoltà per farne giocare due e tenerne uno fuori. Tutti e tre insieme? Non possiamo giocare, perchè viene snaturato il gioco. Giocatori che mi fanno trovare benissimo allo stesso modo, sono fantastici». 

ATALANTA – «Il mister si è arrabbiato tanto durante l’intervallo. Non stavamo in piedi, aveva ragione, non pensavamo, stavamo per i fatti nostri. Si è arrabbiato perchè non eravamo noi e lui sapeva cosa poteva fare la sua squadra, ci ha dato una spinta grande. Il rigore del 3-3 pesava tantissimo, Gollini sembrava enorme. Era un peccato sbagliare quel rigore e non rimontare quella partita».

DERBY – «I primi erano più tanquilli per me. Poi ho capito la situazione e c’è stata tensione in più, negli altri. Quando sono arrivato mi parlavano già del derby, ma per fortuna qualche soddisfazione me la sono tolta. Abbiamo sempre lottato».

PARTITA PIÙ BELLA E GOL – «Il derby del che non ho giocato per la febbre, l’andata col Salisburgo, quella con la Juventus, la finale di Coppa con l’Atalanta. Sono tante. Anche la vittoria allo Stadium, col rigore parato da Strakosha, pareggiare quella partita sarebbe stato come perderla. Gol più bello? Quello a Cagliari».

LOTITO – «Il mio rapporto con lui è bellissimo, fatto di stima, ma come quello che ho con tutti. La Lazio è destinata a rimanere lassù negli anni, perchè è organizzata davvero bene. Ho visto come ha reagito nei momenti di difficoltà, lavorando come una grande famiglia. Abbiamo avuto mille problemi negli spogliatoi che abbiamo sempre risolto guardandoci in faccia».

INZAGHI – «È il tecnico con cui mi sono trovato meglio. La nostra discussione? Il problema è stato il momento, avevo fatto una bella azione, mi sentivo bene, è stata una reazione sbagliata per il mister e anche per chi stava vedendo. Sapevo che lui mi avrebbe perdonato, ma per i tifosi è sempre brutto. Non avevo scuse, ma poi comunque abbiamo parlato tanto, non c’era bisogno di riappacificare nulla, abbiamo un gran rapporto».

CARRIERA – «Napoli? Sono stato molto vicino prima di venire alla Lazio e mi sarebbe piaciuto tanto. Ma mi sono trovato talmente bene qua, che quel pensiero non l’ho più avuto. Non sarebbe nemmeno corretto, penso solo a quando dovremo riprendere con questa maglia. Chiudere qui? Non lo so, magari a 33 anni non sarò più in grado di giocare a grandi livelli e la Lazio avrà bisogno di qualcun altro, non vorrò essere un peso. Fino a quando indosserò questa maglia, darò comunque i massimo. Io laziale? Quello sì! Anche se mi danno dello juventino…».

SPOGLIATOIO – «Adekanye è un personaggio. Fa troppo ridere, parla mezzo spagnolo e mezzo inglese. Quando doveva venire Giroud gli facevamo il coro anche noi…».

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