Claudio Noce (regista Padrenostro): «La storia di mio padre, ai tempi della Lazio di Chinaglia»

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Claudio Noce, regista del film “Padrenostro” è intervenuto ai microfoni di Radiosei.

 

Ai microfoni di Radiosei, nel corso della trasmisisone “Quelli che hanno portato il calcio a Roma” di Guido De Angelis, è intervenuto Claudio Noce, regista del film “Padrenostro”, il quale racconta dell’attentato avvenuto il 14 dicembre 1976 al vicequestore Alfonso Noce, padre del regista, da parte dei Nuclei Armati Proletari.

Questo film rappresenta una parte della tua vita: è la storia di tuo padre.

«È una sorta di lettera a mio padre che non ho mai avuto il coraggio di scrivere, attraverso i ricordi, le emozioni, la paura. Io avevo 2 anni, mio padre lavorava nell’antiterrosismo, era nell’occhio del ciclone di quello sconvolgimento sociale di quegli anni. Un commando lo aspettò sotto casa, sparando più di 120 colpi di mitra. Mio padre miracolosamente si salvò, rimase vivo. Il suo autista morí, ma lui riuscì a sopravvivere. Mio fratello vide tutto dalla finestra, corse giù con mia madre. Questa scena è la più fedele, dolorosa ed autobiografica del film. Mia madre non si accorse di mio fratello dietro di lei, dopo qualche minuto si girò e lo vide lì.
Il film racconta quella generazione degli “invisibili”, noi, che eravamo ad un passo dagli adulti che raccontavano di tutto.
Quella raccontata attraverso la figura di mio padre rappresenta l’archetipo del padre del tempo, non solo del mio. Ho voluto fare una ricerca musicale dell’epoca, spero che le nuove generazioni possano scoprire questi bravi meravigliosi, in particolare “Impressioni di settembre”.  Quest’ultimo racchiude tutti i personaggi a livello emotivo».

Il film inizia con tuo fratello, un ragazzo un po’ solitario. Lui è abile e ha capito il mestiere di tuo padre. Si rifugia nel suo “luogo segreto”, dove apre la grata, si mette a giocare da solo a Subbuteo contro un avversario che non esiste.
«Li ci sono anche dei poster di Giorgio Chinaglia. Quel personaggio è un mix tra i ricordi miei e di mio fratello. Io sono stato un po’ più ribelle. Quel modo di giocare è una cosa mia».

C’è subito dopo una scena fortissima, con l’arrivo delle Ronde armate proletarie, dove si percepisce il forte disagio dei personaggi, e l’attentato a tuo padre.

«Ho fatto delle ricerche per poter rendere al massimo quella scena sul grande schermo. C’è una scena in cui Favino si fa male, c’è stato un problema che fortunatamente si è risolto. Non doveva aprirsi lo sportello della macchina. Mio padre si salvò proprio per questo, perchè lo sportello rimase chiuso. Pierfrancesco Favino è un grande attore, finché non do lo stop rimane di scena. C’è stato infatti un piccolo incidente sul set, che fortunatamente non ha avuto risvolti gravi, ma Pierfrancesco è rimasto impassibile fino alla chiusura della scena».

Come nasce la tua lazialità?

«Mio padre nacque in Calabria, poi arrivò a Roma e scelse la Lazio. La mia prima partita all’Olimpico, avevamo appena vinto lo scudetto. Bruno Giordano è stato il mio primo idolo».

Come è potuto sopravvivere tuo padre all’accaduto?

«È stata una sorta di miracolo. Loro erano in tre. Rimane ucciso l’autista, mio padre non viene colpito agli organi vitali. Mio padre oggi è malato di Lazio, si rivede tutte le partite vecchie quando non ricorda i risultati».

A Venezia poi però, relativamente alla questione tifo, è avvenuto un episodio. Cosa è accaduto? «Nel preconferenza stampa, questo giornalista ha esordito con una battuta che nascondeva in realtà molta serietà, dove chiedeva a Favino se la cosa più difficile del film fosse recitare quelle scene in cui emergeva il tifo biancoceleste, ad esempio quella del pallone di Giorgio Chinaglia in cui il padre da il pallone al figlio e si vede bene la firma di Giorgio Chinaglia. La consegna del pallone firmato è legato ad un mio ricordo d’infanzia. L’idea della maglia è nata con la mia costumista Lia Bellini, anche lei laziale sfegatata, perchè avevo la necessità di un costume che raccontasse il momento. Scegliemmo allora la maglia scolorita della Lazio del ’74».

Come avete scoperto Valerio (Mattia Garaci)?

«Questo bambino ha fatto dei cast, con più o meno 400 bambini. Mattia fece un provino straordinario, mi colpí. Però non assomigliava a mio fratello, inizialmente non ero convinto. Il giorno dopo mi svegliai e fui convintissimo di prenderlo, lo richiamammo, ha un talento naturale. È un attore vero, ha 13 anni».