Acerbi: «Non potevo rifiutare la Lazio! Faremo un grande finale di stagione». Sulla malattia… – VIDEO

Inter-Lazio
© foto www.imagephotoagency.it

Francesco Acerbi si racconta: l’intervista al difensore della Lazio

Francesco Acerbi nel suo primo anno alla Lazio ha saputo conquistare l’affetto e la stima della tifoseria e non solo. In poco tempo è diventato uno dei punti di forza dello spogliatoio con Simone Inzaghi che raramente lo ha tenuto fuori. Il difensore si è raccontato nel corso di un’intervista rilasciata al programma ‘I Signori del Calcio’ su Sky Sport. 

ARRIVO ALLA LAZIO –«Roma era Roma, una città bellissima. Poi ti chiama la Lazio, una società importante con tifosi eccezionali. Non potevo dire di no, avevo voglia di cambiare. Mister Inzaghi è quello che mi ha voluto fortemente, gli avevo promesso di venire già alla prima chiamata dopo il campionato e così è stato. È stato importante e lo rispetto molto. Ho una grande responsabilità a sostituire de Vrij. Quando arrivi in una piazza e sai che hai dato tutto dopo la malattia, sai che darai tutto dentro e fuori dal campo perché hai un obiettivo però è difficile andare male. Poi certo sta anche alla tua voglia».

RAPPORTO CON LA SQUADRA – «I miei compagni hanno grandissima qualità, per me sono i più forti di tutti. Sanno giocare a pallone, hanno qualità nel fraseggio, sanno come mandarti in porta. Milinkovic, Luis Alberto, Correa, Immobile, ce ne sono tanti. Ma sottolineo, qualità da grandissima squadra, da club top. Abbiamo dei momenti più o meno positivi, a volte manco quel salto per alzare l’asticella ed è un peccato perchè abbiamo una forza enorme. Però è bello stare qui, perchè si gioca veramente a pallone».

OBIETTIVI – «Alla fine dell’anno arrivano i conti, se sei sesto meritavi questo posto. Questa squadra è da Champions League, l’ha dimostrato. Dobbiamo pensare positivo e dare qualcosa in più, anche se sei stanco e hai giocato tanto. Ora è il momento decisivo, abbiamo la possibilità di andare in Champions e vincere la finale di Coppa Italia. Si vince con la testa, perchè le forze vanno gestite. Noi faremo un grande finale di stagione, ne sono sicuro»

I VALORI – «In questo momento della mia vita sono un uomo equilibrato che sa cosa vuole, sa che vuole giocare a calcio e fare bene. Come giocatore cerco sempre di non accontentarmi mai, dare sempre il massimo in campo e fuori dal campo. Voglio tornare a casa soddisfatto, ci sono periodi negativi o positivi: l’importante è camminare sempre a testa alta. Fino a che non raggiungi i tuoi obiettivi, hai sempre la fissa di fare il meglio possibile.  La mia forza è sempre stata quella di rimanere con i piedi per terra, essere umile e lavorare. Quando smetterò di giocare mi piacerebbe essere ricordato come uomo, come persona. Questa è la cosa che mi preme di più. Perché il calciatore sparisce, l’uomo rimane».

ESORDIO FINO AL MILAN – «Nasco portiere, poi da attaccante ho fatto tanti gol. Il mister mi spostò dietro, ho fatto anche il terzino. Con mio padre ho un legame bello e brutto, con lui è sempre stata un sfida. Mi diceva vai a lavorare, e allora io l’ho presa come una sfida. Questo è stato uno stimolo importante, devo comunque solamente ringraziarlo. Il mio esordio in Serie A è stato positivo, era un Chievo – Catania, è stato emozionante. Quando ero giovane volevo andare al Milan, vedevo le immagini di San Siro e mi dicevo che era il mio stadio. Avevo raggiunto l’apice, quando sono arrivato ho messo la 13 e non sentivo il peso, non mi interessava. Quando sono arrivato a quel livello mi sono seduto, mi impegnavo però era come se mi fossi seduto. L’esordio in Champions è stato tranquillo, fino al gol del Malaga avevo anche fatto bene ma abbiamo perso. Ero dispiaciuto, ma capita. Mi ha dato molto Ambrosini, così come il presidente»

LA MALATTIA E L’ESPERIENZA AL SASSUOLO – «Ero al Sassuolo, mi chiamano per fare un controllo. Ho saputo di avere un nodulo nel testicolo, la parola tumore fa paura ma mi avevano assicurato che dopo l’operazione sarei tornato a giocare. Sicuramente è cambiato il mio modo di pensare e di agire. Nella mia testa, ogni giorno, volevo sempre correre. Mi sono caricato gradualmente, ogni anno mi sento sempre più spericolato. Con la malattia cresci come uomo, molti mi vedono come una persona migliore. In tanti mi chiedono consiglio. Era la mia occasione, ci stavamo giocando il campionato. Non c’era malattia che teneva, sono rientrato e mi sono rimboccato le maniche. Avevo già la consapevolezza di poter fare bene, avevo tanta voglia di giocare e di vivere per il calcio. Il Sassuolo è una grande proprietà, pochi tifosi ma buoni. Trovare le motivazioni lì non è sempre facile, quando le cose vanno male non c’è una pressione grandissima. Devi trovare da solo gli stimoli giusti. Sono dell’idea che quando giochi a pallone devi sempre dare il massimo. Con le milanesi abbiamo sempre preso tanti gol, ma Di Francesco era bravo e sapeva far giocare la squadra. Berardi poteva fare di più, perchè è un grande talento. Con il Sassuolo ho fatto tutto, c’è stata la malattia, sono tornato e abbiamo fatto bene».

ATTACCANTI –  «Piatek sta andando bene, sostituire Higuain non era facile, in Europa ce ne sono pochi come l’argentino. Non è mai facile marcare un attaccante che tocca due palle e fa gol, come Piatek. Ronaldo è decisivo, un grande campione, ha consapevolezza dei propri mezzi e un super professionista. A 34 anni è come un ragazzo, si cura come non mai ed è un riferimento per tutti. Immobile è un grandissimo attaccante, non gli si può dire nulla. Lui è un grande, l’anno scorso ha segnato più di 40 gol. Solo Ronaldo e Messi si ripetono. Ciro è un grande amico e compagno, se non fai gol lo fai alla prossima: arriverà. Inoltre ci aiuta tantissimo».

IL RECORD DI PRESENZE – «Non mi interessava, volevo giocare. L’espulsione con il Napoli ha pregiudicato quel traguardo, ma non mi sono mai abbattuto. Il fisico ha più energie di quelle che tu pensi. E bisogna fare una vita sana».

LA NAZIONALE – «Era subito dopo la malattia il mio esordio, 2014. Ho fatto due partite con il Sassuolo e poi Conte mi ha chiamato. Le sue parole mi resero orgoglioso. Mi disse “non ti chiamo per quello che hai avuto, ma perchè te lo meriti”. Lui è uno che punta sulla meritocrazia, è stato importante per me. Abbiamo giovani di qualità che Mancini chiama, ma devono tutti stare con i piedi per terra. Devono crescere nel modo giusto senza mettersi in testa di essere già grandi campioni. Le qualità ci sono, Mancini da molti consigli e la loro freschezza tornerà utile. Il ct ha dimostrato di poter far bene, se arrivano anche i risultati ancora meglio. Io devo fare sempre quello che posso, dare il massimo. Se Mancini mi chiama, bene. Devo meritarmelo, mi farò trovare pronto. Rispetto le sue decisioni»

DERBY E TIFOSI- «Vale doppio, vedere felici i tifosi ti riempie di orgoglio. Vedere la gioia nei loro occhi è fantastico. Questi tifosi meritano di tutto, è una città esigente ma che ci sta molto vicino».