Un pubblico ritrovato e un ambiente in festa. Ammirate ed applaudite: la vera vittoria si materializza in Curva Nord

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L’analisi della finale di Coppa Italia tra Juventus e Lazio, vinta dai bianconeri per 2-0 grazie alle reti di Dani Alves e Bonucci

Sabato. Ore 19:05 circa. Minuto 47 di Fiorentina-Lazio. Partita tanto insignificante quanto maledetta. Jordan Lukaku si accascia a terra. Sabato. Ore 19:35 circa. Minuto 81 di Fiorentina-Lazio. Marco Parolo capisce che qualcosa non va e non andrà neanche dopo, a distanza di 4 giorni. Si accomoda in panchina e spera, sapendo nel proprio animo di non farcela, ma di doverci provare. Ecco. Tutto è iniziato e a questo punto, anche finito lì. Perché il destino già da sabato ci aveva fatto capire come sarebbe andata. Poi ha avuto paura vedendo un aquila in cima ad un muro biancoceleste e dopo soli 6 minuti ha voluto ribadire il concetto. Ennesimo segnale. Chi non ha ripensato al palo-palo di Djordjevic? Beh tutti o quasi. Porta diversa, stessa sorte. Quattro giri di lancette e partita indirizzata. Corre il 21’ quando Marco Parolo agita le mani chiedendo il cambio. Quelle mani e quel volto scuro fanno capire tante cose, ad Inzaghi, ai calciatori, agli oltre 30 mila fedeli ancora leali e fieri: questa sera niente andrà come dovrebbe. Poi arriva il secondo e la Lazio scompare e riappare dal campo ad intermittenza, come se fosse in attesa soltanto del triplice fischio. Partita non bella ma significativa, per quello che è stato e che sarà. Una finale persa deve essere un punto di partenza e non di arrivo. Da qui si parte e qui si deve arrivare, con l’obiettivo più difficile: cambiare il risultato finale.

COSTRUIRE E NON DISTRUGGERE – Non servono processi, ne divisioni. I laziali, ieri più che mai, sono stati la massima rappresentazione di alchimia tra una società di calcio e chi li supporta. Chi ne condivide gioia e dolori. Perché prima di ogni matrimonio viene giurato: “Prometto di esserti fedele sempre. Nella gioia e nel dolore. In salute e in malattia e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”. Questo il tifoso lo sa, l’ha sempre saputo. L’ha sposata la Lazio e quando era su quell’altare immaginario, sapeva a cosa sarebbe andato incontro: qualche finale di Coppa Italia e se va bene anche di Supercoppa. Qualche apparizione in Europa League e sporadiche qualificazioni in Champions. Tante erano le cose in palio ieri, non solo un trofeo che verrà ricordato sull’albo d’oro. Ieri era un altro ‘Di Padre in Figlio’, un appuntamento a cui il laziale non si è sottratto. Ci è voluto essere, è voluto tornare. Si è schierato, al fianco di chi lotta per lei  e contro chi gode nel vederla sola e abbandonata al proprio destino. L’atmosfera era dei giorni migliori. Nominare la parola ‘Cragnotti’ all’Olimpico non era più considerata blasfemia, capirai poi… Simone in panchina, il Matador che alza la coppa verso la curva portandosi la mano sul cuore e Fernando Couto sugli spalti. Chiamale se vuoi emozioni. Quelle indelebili che vanno oltre ogni cosa, anche del risultato. Soprattutto del risultato. Quasi un dettaglio difronte a cotanta bellezza.

UNO SPETTACOLO CHIAMATO ‘CURVA NORD’ – Bellezza dicevamo. «L’insieme di qualità, che suscitano sensazioni piacevoli che attribuiamo a concetti, oggetti, animali o persone, che si sente istantaneamente durante l’esperienza, che si sviluppa spontaneamente e tende a collegarsi ad un contenuto emozionale». Questa la definizione che trovate sui vocabolari di lingua italiana al fianco della parola: “bellezza”.  Poi ci sono i sinonimi: splendore, incanto, fascino, LAZIO. Massima espressione di uno spettacolo sempre più toccante, emozionante, da brividi. Le squadre di calcio negli anni passano, i cicli finiscono e oltre alle coppe vinte e ai campionati persi, restano loro. I tifosi. Quelli con l’ultimo pensiero alla notte uguale al primo del mattino. Quei tifosi ieri si sono ritrovati con l’augurio di non doversi perdere più. Chiamare l’opera d’arte messa in scena, coreografia o scenografia sarebbe riduttivo. Oltre che dalla Tevere, anche dalla Curva Sud e dalla Monte Mario, ammiravano il panorama. Le luci dei telefonini immortalavano il momento, le lacrime scendevano dal viso, i brividi correvano lungo la schiena. Tanti piccoli con i cartoncini sono saliti sul collo dei loro papà, per rendersi sempre più artefici di un successo che stava per materializzarsi. Un successo sempre incurante del risultato sportivo. Quel successo che oggi ci rende orgogliosi di essere laziali e ieri ha portato tanti ragazzi di diverse etnie a recarsi all’Olimpico. Da ogni parte del Mondo sono giunti nella Capitale per ammirare il capolavoro e viverlo dall’interno. Per concludere la serata e ringraziare il pubblico, i calciatori sono andati sotto la Curva e incamminandosi verso il centro del campo vengono raggiunti da un coro emozionante, all’apparenza banale ma molto significativo:«Siamo sempre con voi, non vi lasceremo mai». A queste parole deve esser dato un seguito, per il bene di tutti. Per il ‘noi’ e non per l ‘io’. I laziali hanno sconfitto un pregiudizio interiore e sono tornati. Lì dove sono nati e dove moriranno, al fianco della cosa che più amano e facendo quello per cui sono conosciuti nel Mondo. Amore e coraggio, quello che non è mai mancato. Così come la passione, la fierezza, l’onore. Il tutto racchiuso in una parola di cinque lettere sinonimo di bellezza: LAZIO.

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