Silvagni: «Lazio come una famiglia. Punto in alto, ho grande determinazione!» – ESCLUSIVA

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Intervenuto in esclusiva ai nostri microfoni, l’ex primavera della Lazio Lorenzo Silvagni si è raccontato nel suo passato biancoceleste

 

Hai passato diversi anni nelle giovanili della Lazio, fino al tuo addio nel 2015. Che ricordi ti accompagnano della tua avventura in biancoceleste?

«Per me la Lazio è stata una seconda casa, una seconda famiglia per 12 anni. Quando sono arrivato ero ancora piccolo c’erano più squadre della stessa età ma già da li spiccavano i talenti che poi pian piano sarebbero diventati i miei compagni. In questi 12 anni non potrò mai dimenticare le amicizie e i momenti passati con tutti I classe 95, da Lombardi a Mazzei, Bianchi, Pace, Pollace, Filippini, Carta, Smacchia, Paterni e tanti altri. Non potrò, purtroppo, dimenticare la Lazio perché mi ha fatto conoscere Mirko Fersini, quello che è stato il mio migliore amico e lo sarà per sempre, con lui ho vissuto tutto quello che un ragazzo di 14/15/16 anni potesse vivere, risate gioie e purtroppo anche dolori. Con la Lazio in campo ho vissuto molte più gioie che dolori, i trofei vinti, i derby vinti. È stato un percorso bellissimo».

Simone Inzaghi ti ha accompagnato come allenatore per gli anni in biancoceleste. Che rapporto hai con lui? Ti stupisce il suo percorso così rapido?

«Il legame che ho con Inzaghi è stato ed è tuttora molto forte. Abbiamo un carattere molto simile, molto competitivo, questo ci ha portato, in campo, più volte a scontrarci ma, come detto in precedenza, il nostro legame è sano e ancora ci sentiamo. Lo stimo molto per quello che mi ha dato e si merita di stare dove sta, lavora sodo tutti i giorni e si vede che crede in quello che fa. E la strada è ancora lunga».

Con la Lazio sei riuscito a vincere diversi trofei: che ricordi hai di quelle vittorie?

«I trofei vinti con la Lazio sono tanti, quello che porto nel cuore più di tutti è indubbiamente lo scudetto del 2013 a Gubbio. È stata una stagione, la prima per me in primavera, molto lunga e sofferta, avevamo una squadra forte, la più forte, ma probabilmente ne siamo stati consapevoli solo al fischio finale. Eravamo un gruppo unito, in quel ritiro passammo due settimane incredibili, sempre insieme, e quell’entusiasmo lo riportavamo all’interno del campo: chiunque scendesse in campo, riusciva a dare tutto sé stesso per i compagni. Poi ci sono state 2 coppe Italia, la prima contro la Fiorentina e la seconda con la Roma, e soprattutto c’è stata la Supercoppa italiana a Verona contro il Chievo, nel mio ultimo anno alla Lazio. La gara fu molto dura, eravamo un gruppo nuovo, ma capace di fare imprese. Un peccato aver perso la finale scudetto ai rigori, ci ha impedito di fare il triplete, ma sono comunque orgoglioso e onorato di essere stato il capitano di quella squadra!».

 

Com’è stata la tua carriera dopo il tuo addio alla Lazio? Quali sono le tue ambizioni?

«Attualmente milito in eccellenza da due anni, prima ancora ho fatto due anni di Serie D e prima ancora uno di Lega Pro. Diciamo che il mio è stato un percorso sfortunato, anche se dettato da delle scelte sbagliate.. ma comunque ora penso al presente, la mia ambizione è quella di puntare in alto, so di essere ormai grande, ma mai dire mai. La voglia e la fame non mi abbandoneranno mai!».

Come valuti il campionato della Lazio prima dell’interruzione? Ti ha sorpreso il cammino della squadra?

«Ad inizio anno, il DS Tare disse che la Lazio sarebbe stata da scudetto: io conosco Igli e so che persona determinata sia, quello che sta facendo la squadra è meritato e sinceramente non sono molto sorpreso. Speriamo si possa concludere il campionato, la Lazio merita di stare lì dov’è. Il merito di questo è soprattutto di Tare e Inzaghi che sono riusciti a creare un gruppo molto affiatato e molto forte, fatto di giocatori di grande personalità e capacità; e alla base di tutto questo c’è l’entusiasmo, con quello si vince».

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