Juan Arango: un (quasi) morto ridato alla vita per restare leggenda

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Un Anonimo afferma che “la morte è l’interlocutrice più attendibile per farci apprezzare la vita”. Se tale è logica dell’aforisma, allora possiamo tranquillamente comparare la storia di Juan Arango, forte centrocampista attualmente al Borussia M’ngladbach, a ciò che la fenice rappresentava in termini di sacralità per la mitologia greca.

Chissà se a distanza di quasi otto anni da quel maledetto pomeriggio di Liga del 20 Marzo 2005, il quasi trentatreenne venezuelano ripensa mai  a quanto sia stato fortunato. Al minuto quaranta del match che si stava disputando tra la sua squadra di allora, il Maiorca e la più seria contendente per un posto in Uefa, il Siviglia, Arango non poteva minimamente realizzare che di lì a poco la tragedia stava per accanirsi su di lui e sarebbe stata forse inevitabile. Un energico scontro di gioco -quello sì, evitabilissimo-con Javi Navarro lo aveva fatto impattare violentemente al suolo, al punto da rompersi l’osso della mandibola e di entrare in arresto cardio-respiratorio.

I primi istanti furono drammatici. Convulsioni, sembrava quasi morto. Poi l’intervento immediato dei medici evitava il peggio.Ma al peggio non c’è ancora fine. Il trasporto d’urgenza in ospedale, le fratture, la terapia intensiva.

Finalmente il ritorno alla vita. Rientra dopo cinque giornate, le stesse comminate per squalifica al suo “aggressore” Navarro, reo di aver alzato un po’ troppo il gomito. Con il club delle Baleari ci resterà per altri quattro anni, fino al 2009, con uno score di 46 reti in 183 partite. Poi il Borussia M’ngladbach. Altra vita, altra storia ma la stessa tenacia da leader, capitano anche nella compagine tedesca.

La stampa venezuelana continua ad incensarlo come uno dei migliori giocatori tra i pochi a poter garantire una costante visibilità mediatica all’estero: come darle torto, visto che vanta 110 partite in Nazionale, non uno qualunque.Un’icona. Arango è un centrocampista di talento, con grande visione di gioco, dotato di un tiro potente e di precisione soprattuto nei calci piazzati, tanto che dichiara di “saperli battere meglio di Cristiano Ronaldo”.

Una fenice destinata a restare leggenda. Quella fenice che ha l’aspetto dell’Aquila reale.  Il nostro simbolo.

 

 

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