Ledesma: “Ho accettato con orgoglio la maglia azzurra”

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Cristian Ledesma ha rilasciato una lunga intervista SPQR SPORT, la rivista del Dipartimento Sport di Roma Capitale. Il centrocampista biancoceleste ha parlato della sua esperienza con la nazionale italiana. “Ho scelto la maglia azzurra con lo scopo preciso di voler essere parte integrante di quei colori. E’ stata una scelta difficile, ma facile allo stesso tempo. Ho pensato a tante cose prima di dire di sì. Ad esempio ai miei figli, su come avrebbero reagito se avessi rifiutato. E’ stato un onore essere chiamato da una rappresentativa che non fosse del mio paese. Ho accettato con orgoglio, perchè per significava una sorta di ringraziamento ad una nazione che mi ha dato tanto, mi ha fatto diventare uomo e regalato la gioia di sposare mia moglie che mi ha dato due figli“.

Com’è stata la tua infanzia e come è nata l’idea di diventare calciatore?
L’infanzia è stata felice. Eravamo una famiglia numerosa (nove fratelli ndr) e unita. Non navigavamo nell’oro, ma amore e cibo non ci sono mai mancati. Fino a quattro anni abbiamo vissuto a Buenos Aires, poi ci siamo trasferiti in Patagonia. Ho tuttora bei ricordi di quel periodo e quei luoghi. Il pallone invece, è arrivato per caso. In verità, quando ero piccolo il calcio non è che mi entusiasmasse troppo. L’ho scoperto verso gli 8-9 anni, per cominciare a prenderlo sul serio a 13-14.

Cosa hai provato alla convocazione di Prandelli?
E’ stata una vera sorpresa, anche se alla vigilia c’era il sentore. Ricordo che il ct era in tribuna, ma non pensavo fosse lì per me. Ed invece subito dopo arrivò la chiamata: non stavo più nella pelle, non vedevo l’ora di dirlo a mia moglie e i miei figli. L’ho subito detto ai miei genitori in Argentina per renderli partecipi di questa grande gioia. Mi sono sentito veramente orgoglioso.

Ricordi il tuo primo giorno in Nazionale?
Fui accompagnato da Maurizio Manzini. L’impatto è stato subito molto positivo, nonostante io sia uno che sta molto sulle sue, soprattutto quando entro in un ambiente nuovo. Sono un un po’ schivo, fa parte del mio carattere. Però devo riconoscere di essere stato accolto con calore, mi hanno messo subito a mio agio. Poi una volta in campo, la timidezza mi ha abbandonato. Veramente una bella esperienza.

Speri di tornarci?
La speranza c’è sempre, inutile negarlo, anche se mi rendo conto di essere al di fuori del gruppo su cui sta lavorando il mister. Sarei un ipocrita se dicessi di sentirmi ancora seguito dai tecnici federali. Però io continuo a lavorare con la speranza di poter rientrare nel giro.

Sei arrivato in Italia giovanissimo. Come è stato l’impatto?
Positivissimo e difficile allo stesso tempo. Anche per la lingua, che all’inizio ha rappresentato un ostacolo nel mio inserimento. Per il resto non posso che ritenermi entusiasta di aver scelto questo paese.

I tifosi della Lazio ti considerano un leader. Questo ti rende orgoglioso?
Tanto. L’affetto che la gente mi dimostra cerco sempre di ripagarlo sul campo. Con mia moglie ne parlo spesso, confessandogli che questi colori mi hanno veramente stregato e fatto innamorare. La maglia e il simbolo della Lazio è come se li avessi stampati sulla mia pelle.

A quale allenatore ti senti più legato?
Sicuramente Delio Rossi, con il quale ho passato tanti anni insieme. Sin dai tempi di Lecce mi ha aiutato e consigliato, mi ha fatto diventare un calciatore. Non mi ha mai buttato nella mischia col rischio di bruciarmi, ha voluto forgiarmi piano piano. Di questo gliene sarà sempre grato. Ho avuto comunque un ottimo rapporto con Reja, e ora con Petkovic.

Cosa sacrificheresti per portare lo scudetto alla Lazio?
Tutto quello che conta, come coppe e trofei. Non l’ho mai vinto e per me sarebbe una grande gioia, il coronamento della mia carriera. E poi so quanto sia importante centrare un obiettivo del genere qui a Roma. Anzi sai che ti dico? Per arrivare al tricolore sacrificherei la mia presenza in campo.

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