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Biometano, la pressione sui nitrati riapre il nodo dei costi per gli allevatori: come si muove Retina

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La gestione dei reflui zootecnici è tornata al centro del dibattito europeo. Non è una novità, ma negli ultimi mesi la pressione sulle aziende agricole si è fatta più concreta: limiti più stringenti sui nitrati, controlli più frequenti e una crescente attenzione alla qualità del suolo e delle acque.

Per chi lavora negli allevamenti, però, il tema non è teorico. È operativo, quotidiano e, soprattutto, economico.

Se oggi un’azienda zootecnica dovesse gestire in autonomia i propri effluenti per rispettare pienamente i vincoli ambientali, la strada sarebbe una sola: investire in impianti di trattamento o rivolgersi a strutture esterne. In entrambi i casi, il risultato è un aumento dei costi, spesso difficile da sostenere per realtà già esposte a margini ridotti.

È su questo punto che il biometano agricolo entra nel dibattito non solo come soluzione energetica, ma come possibile risposta a una criticità strutturale del comparto.

Il principio è semplice: i reflui non spariscono. Esistono, si accumulano e devono essere gestiti. La differenza sta nel modo in cui questo avviene.

Negli ultimi anni, una parte del settore ha iniziato a muoversi verso modelli più organizzati, in cui la gestione degli effluenti non è più lasciata alla singola azienda ma viene integrata in una filiera più ampia. È qui che si inserisce l’approccio sviluppato da Retina, operatore attivo nel biometano agricolo.

Il modello non si limita alla realizzazione degli impianti. Si basa su una gestione della logistica e dell’approvvigionamento organizzata internamente e regolata da accordi di lungo periodo con le aziende agricole. In questo modo, il conferimento dei reflui diventa parte di un sistema stabile, non una voce di costo variabile.

Per gli allevatori, la differenza è concreta. Non si tratta più di affrontare investimenti diretti o di ricorrere a impianti terzi, ma di inserirsi in una filiera in cui la gestione degli effluenti è già strutturata. Questo consente una maggiore prevedibilità e, soprattutto, una riduzione dell’incertezza operativa.

Allo stesso tempo, per chi sviluppa gli impianti, la disponibilità di biomasse agricole è un elemento essenziale per la sostenibilità dell’investimento. È su questo equilibrio che si costruisce il modello: da un lato la garanzia di approvvigionamento, dall’altro una soluzione economicamente sostenibile per le aziende zootecniche.

Il tema si intreccia inevitabilmente con quello ambientale. La gestione dei nitrati è uno dei punti più sensibili nelle politiche europee legate all’agricoltura. Quando i reflui non vengono trattati in modo adeguato, il rischio è la dispersione nel suolo e nelle falde, con effetti che nel tempo hanno portato a un irrigidimento delle regole.

In questo scenario, il biometano agricolo viene osservato sempre più come uno strumento per rendere più ordinata e controllata una fase critica della filiera. Non elimina il problema, ma cambia il modo in cui viene gestito.

Progetti come quelli sviluppati da Retinasi collocano proprio su questa linea: integrare la gestione dei reflui in un sistema più ampio, in cui produzione energetica e organizzazione agricola si sovrappongono.

Il punto, però, resta aperto. La sostenibilità del modello dipende non solo dalla tecnologia, ma anche dalla capacità di mantenere un equilibrio tra esigenze ambientali e sostenibilità economica delle aziende agricole.

In una fase in cui le regole europee diventano più stringenti e i costi operativi restano sotto pressione, la gestione dei reflui non è più un tema marginale. È una delle variabili che possono incidere direttamente sulla tenuta del comparto zootecnico.

Ed è su questo terreno, più che su quello energetico, che il biometano agricolo sta iniziando a giocare una partita decisiva.

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