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Lazio, Acerbi: «La malattia mi ha salvato. Futuro? Farò l’allenatore»

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Il difensore della Lazio, Francesco Acerbi, si è raccontato in una lunga intervista in cui ha affrontato il delicato tema della malattia

È Francesco Acerbi a riportare il mondo del calcio ad una dimensione umana. A rivelare il lato vulnerabile dei protagonisti di uno sport troppo spesso abbrutito dagli eccessi, dai trasferimenti milionari e da tutto ciò che contorna il rettangolo verde, ma che col pallone non c’entra proprio nulla.
Una lunga intervista rilasciata a La Repubblica per parlare di sè, dell’uomo che c’è sotto a quella maglia col 33, della sua carriera e della malattia. Ha esordito così il difensore della Lazio: «Paura? Ho smesso di avere paura sei anni fa. Mi ripetevo, che fai se quella roba ritorna? La affronterò di nuovo, mi sono risposto. Vedo le cose ben chiare davanti a me e so che da un giorno all’altro potrebbe cambiare tutto». Ha continuato: «Credo di essere una persona solitaria e perciò difficile. È complicato starmi accanto e penso che la colpa sia soltanto mia. Non riesco a vivere in piena serenità. C’è sempre un pensiero che mi segue e non ha nulla a che vedere con quanto mi è successo».

Impossibile non affrontare il discorso della malattia, arrivata ad un solo anno dalla morte del papà: «Credo che la malattia mi abbia addirittura migliorato, cancellando rimorsi e rimpianti. Sono diventato un osservatore del paesaggio che sta attorno a me. Ho eliminato il superfluo, le persone negative, ma anche le illusioni. Ho smesso di sognare, preferisco fissarmi dei traguardi semplici. Volevo la Nazionale, per esempio, e me la sono ripresa. Un’ansia di meno. Dopo la morte di papà sono precipitato e ho toccato il fondo. Ero al Milan, mi sono venuti a mancare gli stimoli, non sapevo più giocare. Mi sono messo a bere e bevevo di tutto. Mi ha salvato il cancro. Avevo di nuovo qualcosa contro cui lottare, un limite da oltrepassare. Come se mi toccasse vivere una seconda volta. E sono ritornato bambino. Sono riaffiorate immagini che avevo completamente dimenticato».
E sul futuro: «Il campo fino a 38 anni, qualche soddisfazione da togliermi con la Lazio, poi la panchina. Farò l’allenatore».

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