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ESCLUSIVA – Renato Bongianni: «La canzone nasce dal cuore. Sul campionato dico…»

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In esclusiva ai nostri microfoni si è raccontato l’autore della nuova canzone in onore della Lazio e la sua gente, Renato Bongianni

Il 25 marzo è uscita in tutti gli store digitali la nuova canzone dedicata alla Lazio ed alla sua gente: Er Vento De La Nord, prodotta da Esof Records. Abbiamo intervistato in esclusiva l’autore del singolo, Renato Bongianni, per sapere come è nato questo progetto ed i suoi legami con la passione biancoceleste.

Da poco è stata pubblicato il tuo singolo sulla Lazio ed i suoi tifosi. Com’è nata quest’idea e come poi si è sviluppata?

«Essendo musicista mi trovo a scrivere ed essendo anche laziale di vecchia data dentro di me questo sentimento vive sempre, anche se poi nella vita faccio soprattutto altro. Quando ti trovi con la chitarra in mano, l’idea viene da sé e quindi poi esce fuori quasi normalmente. Ogni musicista onesto poi non sa spiegare bene cosa avvenga, perché non dipende da noi. Si è come in uno stato di trans che si vive. Poi lo sviluppo è avvenuto grazie a dei ragazzi, tra cui anche mio figlio che suona nella band che ha partecipato: sono stati molto carini, mi vogliono bene quindi mi assecondano (ride ndr). Una volta assemblate chitarra e voce, subentra il discorso tecnico con l’arrangiamento».

É stato difficile mettere per iscritto le proprie emozioni e poi successivamente cantarle?

«La mia voce non so quanto possa essere piacevole (ride ndr). Mettere per iscritto le emozioni non é una cosa razionale, personalmente non ci riuscirei se ci dovessi provare. Tutti gli artisti vivono questa sorta di trans, nella fase della creazione. Le parole vengono da sole, non saprei nemmeno come spiegarlo. Comunque il brano è scritto più dalla parte del tifoso, rispetto alle canzoni che si sentono in generale. L’inno della Lazio ovviamente rimane sempre So Già Du Ore di Aldo Donati perchè è quello che mi ha accompagnato quando andavo allo stadio da ragazzo».

Nel testo del tuo pezzo c’è un verso che fa «So morto insieme a te ed insieme a te so rinato». Qual è stato il momento più bello e quello più brutto vissuto da tifoso?

«Di momenti belli e brutti ne ho vissuti molti. Sono nato nel 1962, quindi ho vissuto gli anni meravigliosi del primo Scudetto che ha coinvolto un po’ tutti in maniera particolare. Poi sono anche morto, metaforicamente, vivendo tutto il brutto che c’è stato negli anni ’80. Anni tremendi per noi laziali. Fortunatamente siamo riusciti a rinascere in maniera veramente prepotente, vincendo ed essendo per due anni la migliore squadra d’Europa all’epoca di Cragnotti».

Rispetto a quest’anno invece le sensazioni sono più belle, grazie alla stagione compiuta fin qui dalla Lazio, o più brutte dato l’improvviso stop ed il sogno momentaneamente congelato?

«Ovvio che il campionato fermo in questo momento lascia l’amaro in bocca, ma tutte le persone sane di mente mettono davanti la salute. Era una stagione particolare, la più bella dell’ultima era penso. Stavamo offrendo un calcio consapevole, dovuto alla crescita dei giocatori. Essendo poi allenatore di calcio a livello dilettantistico, sono stato maggiormente attento a questo aspetto. I ragazzi, in un determinato momento, si sono resi conto di essere veramente forti. Nel calcio la testa conta tantissimo: ti puoi allenare quanto vuoi, ma se manca l’aspetto mentale non ce la fai. In questa stagione si era riusciti a creare questa alchimia tra squadra, allenatore, tifosi e società. A parer mio anche la parte dirigenziale va messa in risalto: tante cose non belle sono state dette però se ci chiamiamo ancora S.S. Lazio è grazie al fatto che qualcuno ci salvò nel 2004. Se no ci saremmo dovuti chiamare in un altro modo, poi ricomprare il nome e si sarebbe decretata la fine di una storia, invece siamo ancora qua. Bisogna essere anche riconoscenti. Sotto l’aspetto tecnico, noi abbiamo comprato giocatori che hanno fatto la storia del calcio, sottolineando che il lavoro è stato fatto. Io sono per valutare le cose per come sono, non per partito preso. Comunque vada questa stagione, resta il fatto che noi abbiamo lottato fino a questo punto. Almeno in Champions ci dobbiamo andare».

Prima hai citato l’inno cantato da Aldo Donati, che per te ha significato molto. Pensi che la tua canzone possa diventare il nuovo riferimento per i tifosi?

«Sarebbe un grande onore anche se non aspiro a tanto. Io ho fatto un pezzo che è uscito dal cuore senza pensarci troppo. Poi i brani sono come figli: gli dai vita e può essere che girino per il mondo come che non li conosca nessuno. Questo è un discorso che prende l’aspetto umano. Le persone ne usufruiranno se avranno modo di sentirla e ne trarranno le loro conclusioni emozionali. Essendone l’autore, ovviamente a me piace se no non l’avrei presentata (ride ndr). Quando l’ascolto riesco a distaccarmi dalla figura di creatore della stessa, e devo dire che mi emoziona. Vorrei ringraziare per questo anche i ragazzi che mi hanno aiutato in questo progetto: Luca Micalizzi che ha messo a disposizione lo studio ed ha partecipato al mixaggio, Simone Giuliani, il chitarrista Marco Martinelli, il bassista Ivan Bongianni (il figlio ndr) che mi ha reso molto orgoglioso, Pino Ferreri alla batteria e Marco Moscetti della Esof Records che ha permesso la pubblicazione del pezzo musicale».

 

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