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Inzaghi: «Mi sento laziale, Roma è una città speciale. Io come Ferguson? Magari…»

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Umiltà e conoscenza dell’ambiente, queste le doti di Simone Inzaghi che hanno permesso alla Lazio di volare

«Caro Simone Inzaghi, è un piacere stringere la mano al migliore allenatore della storia della Lazio», inizia così l’intervista realizzata al tecnico biancoceleste dal collega Alessandro Pasini per il Corriere della Sera. Ecco di seguito la conversazione completa.

La sua media punti batte pure Eriksson, Maestrelli e Mancini…
«Pensi che non sapevo di essere così in alto, e sì che io sono uno attento ai numeri. Me l’hanno detto dopo la vittoria con l’Atalanta e sono naturalmente orgoglioso, visto tutti i grandi allenatori passati di qui. Finora ho giocato 28 partite, ma spero ce ne siano ancora molte».

Vuole diventare un Ferguson laziale?
«Sarebbe un sogno. Sono arrivato qui ragazzo nel 1999 da Piacenza, ci ho giocato, vinto, allenato le giovanili; a Roma ho avuto i miei figli, mi sento romano d’adozione».

La strada intrapresa pare quella giusta.
«Nessuno avrebbe mai immaginato di vederci con 40 punti in 20 partite. Nessuno tranne me. Ero fiducioso, sapevo ciò che avevamo fatto l’anno scorso ed ero certo che il gruppo mi avrebbe seguito. E poi conosco ogni angolo di Formello. Ci sono pressioni, ma so come gestirle».

Domenica avrà una pressione chiamata Juventus.
«Grande squadra, in casa è quasi imbattibile. È campione ed è la favorita anche per questo scudetto. Cercheremo comunque la vittoria che ci manca ancora con una grande».

Che cos’ha la Juve più delle altre?
«È avanti anche fuori dal campo. Le invidio soprattutto lo stadio di proprietà. Questo le permette di avere budget superiori. È lei il modello virtuoso da seguire».

Guardiolismo, cholismo, mourinhismo, eccetera. Lei in quale «ismo» si colloca?
«Nessuno. Ho le mie idee, sintesi dei tanti tecnici che ho avuto. Quello che ricordo con più affetto è Giuseppe Materazzi: a Piacenza nel ’98 mi fece esordire in serie A proprio contro la Lazio. Io venivo dalla serie C, lui fu coraggioso. Proprio da lui ho imparato a dare fiducia ai ragazzi».

E infatti ne ha già fatti esordire cinque: Strakosha, Murgia, Lombardi, Rossi e Prce.
«E spero si ricordino di me un giorno come mi ricordo io di Materazzi».

Gli allenatori italiani sono i migliori del mondo?
«Da Coverciano si esce preparatissimi: ricordo che il secondo e terzo anno stavo più là che in famiglia… Poi i nostri campionati, non solo di serie A, sono tutti difficilissimi, pieni di organizzazione e tattica. Sì, il nostro livello è molto alto».

E pensare che in estate alla Lazio doveva arrivare Bielsa.
«Già. Ma tutti abbiamo un destino e il mio era rimanere qua, anche perché lo avevo meritato sul campo. In un certo senso, giustizia è stata fatta».

A proposito: come ha risanato Keita?
«Lui potenzialmente è da primi cinque del mondo, ma non lo vedevo sereno. L’ho tenuto fuori finché non è finito il mercato. Quando è tornato, era un altro».

Psicologia di ex giocatore?
«Credo che il mio passato mi aiuti a capire meglio la loro mente».

Com’è riuscito a gestire il k.o. nel derby?
«A Roma il derby è questione di vita o morte. Mi ha aiutato l’esperienza: ho avuto la fortuna di giocarne tanti, di vincerli e di perderli. Sapevo che bisognava dimenticare in fretta per ripartire».

Ma non è un limite per Roma questa ossessione per un derby che conta quasi come uno scudetto?
«Lo è, senz’altro. Ma è così e non può essere altrimenti. Sa cosa mi hanno chiesto il primo giorno che ho preso la Lazio?».

Vinci il derby.
«Esatto. Questa è Roma».

Roma — con la sua Lazio nel 2000 e l’anno dopo con la Roma — è l’ultima città ad avere vinto uno scudetto fuori dall’asse Milano-Torino. Quando ci sarà un altro titolo «diverso»?
«Solo quando le avversarie della Juve avranno lo stadio di proprietà. La chiave è pareggiare gli introiti e colmare il gap economico. Non vedo un Leicester possibile da noi».

Con suo fratello Pippo come va?
«Ci sentiamo, seguiamo le partite dell’altro, ci diamo consigli come facevamo da giocatori».

Lui dice che lei è un fenomeno.
«È di parte… Fa il tifo».

Pippo invece ha avuto difficoltà.
«Ma anche la grande umiltà di rimettersi in gioco. È stato l’attaccante di area più forte di tutti i tempi, ha battuto tutti i record, avrebbe potuto attendere un club di A, invece ha scelto chi l’ha voluto davvero subito, anche se in Lega Pro. Venezia è stata una scelta da uomo coraggioso».

Vostro papà Giancarlo dice che lei è più riflessivo e Pippo più istintivo.
«Anch’io ero istintivo in campo. Ora ho imparato a razionalizzare: 27 teste diverse da gestire sono una responsabilità».

Ma come possono nascere due bomber così sotto lo stesso tetto?
«Ci ha aiutato crescere a San Nicolò, col parco giochi davanti a casa. Ci andavamo alle 2 dopo la scuola e giocavamo fino alle 7 quando mamma veniva a trascinarci a cena. Ora vedo i miei figli a Roma: meno verde, più distrazioni. E capisco che sono diversi da noi».

Li vorrebbe calciatori?
«Tommaso, che ha 15 anni, ci ha provato, aveva anche buone qualità, ma ha preferito studiare. La speranza è Lorenzo che avrà 4 anni ad aprile. Intanto è già superlaziale, un buon passo per provare a proseguire la dinastia Inzaghi. Vedremo».

Curiosità: vive anche lei a bresaola e pasta in bianco come Pippo?
«Sono meno fanatico di lui, ma il Dna è lo stesso. Io, per dire, non cedo mai alle lusinghe della cucina romana».

Tra i suoi meriti quest’anno c’è aver riportato i tifosi all’Olimpico.
«Al derby c’erano 43 mila persone. Se penso agli 11 abbonati di quest’estate… Ma ora dobbiamo continuare e farli aumentare».

Il rapporto con Lotito com’è?
«Di stima reciproca e fiducia. Quando arrivò nel 2004 il primo contratto che ridiscusse fu il mio: ci accordammo in 5 minuti. Ci sentiamo ogni giorno e vuole sapere tutto, come giusto che faccia un presidente, ma non è mai invadente».

È vero che il suo rinnovo di contratto è automatico in caso di qualificazione per l’Europa ma che forse rinnoverete prima?
«La clausola c’è, per il resto la mia priorità è solo la classifica. Che io sto bene qui si sa…».

Ha detto: «Non siamo più la sorpresa». Come si adatterà alle future trappole?
«Cambiando idea se serve. In campo lo faccio spesso. Bisogna essere umili e sapere leggere le situazioni».

Avanti così, dove arriverà questa Lazio?
«Noi con l’Atalanta siamo gli intrusi di questo campionato. Dove arriveremo non so, ma ora che siamo in ballo vogliamo ballare».

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