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Lazio, Ledesma: «Indossare questa maglia un orgoglio e quella finale del 2013…»

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Lazio, lunghissima intervista dell’ex capitano biancoceleste Ledesma che ha ripercorso tutta la sua carriera

Dagli esordi in biancoceleste, ai trofei vinti, all’addio e alla nuova carriera da allenatore che ha intrapreso. Cristian Ledesma ha rilasciato una lunga intervista sulle pagine de Il Corriere dello Sport. Ecco le sue parole.

ALLENATORE – «Non pensavo di allenare quest’anno, nel 2018 mi avevano contattato per giocare, ma non me l’ero sentita, alla fine avevo scelto di andare a Lugano. L’estate scorsa ci siamo risentiti. Mi ha chiamato un dirigente, amico di Massimo Maestrelli perché suo figlio Tommaso studia alla Luiss, ci eravamo già visti a Lecce. Mi è piaciuta l’idea, il progetto. Sono contento. Mi sta piacendo allenare. Non pensavo di farlo subito. Volevo iniziare con i piccoli, ma ho trovato una realtà diversa. I ragazzi studiano, ci alleniamo due volte a settimana in orari serali, il martedì e il giovedì, più la rifinitura del sabato mattina. Mi affascina la gestione del gruppo. Ho tanto da imparare, è la prima esperienza, non sono quello che sa tutto, provo a trasmettere l’esperienza vissuta da calciatore. Siamo nel gruppo di testa, puntiamo a salire in Eccellenza, mancano 9 partite alla fine, non so se riusciremo a giocarle. Per l’anno prossimo vedremo. Se tutti sono contenti, vorrei continuare e proseguire, il progetto è importante. Per adesso è tutto fermo, devo prendere il secondo patentino, ho già preso quello Uefa B a Coverciano, ne resta un altro e poi il Master. Alla Ledesma Academy alleno i più piccoli, ho un gruppo di dodici bambini dai 5 ai 6 anni. Ti danno emozioni e allegria. E’ bellissimo insegnare. Lavorare con loro è stupendo e faticoso. Devo continuare a studiare, il bando è sospeso. Non so quando si saprà qualcosa. E poi c’è il discorso avviato con la Luiss».

LAZIO«E’ un sogno. Ognuno di noi ne ha. Sognavo di finire la carriera in maglia biancoceleste, ma non è stato possibile. Non sempre i sogni si realizzano e non per questo uno si deve buttare giù. Vorrei tornare alla Lazio e realizzare qualcosa di importante, nel settore giovanile oppure come allenatore. Mi piacerebbe restituire qualcosa a una maglia che mi ha dato tantissimo. Sicuramente Rocchi ha intrapreso un percorso simile a quello di Simone, ma non vorrei intrufolarmi soltanto perché sono stato nove anni alla Lazio. No. Alla Lazio vorrei portare un’idea o un progetto, qualcosa di importante. Se ci sarà la possibilità, vedremo».

LOTITO«Direttamente non ho mai parlato con Lotito. Qualcuno mi voleva proporre e me lo aveva detto, forse è stato fatto il mio nome, ma poi bisogna arrivare alla fonte diretta e con Lotito non ho mai parlato. Solo una voce. Se lui dice una cosa, viene subito ingigantita. Non lo dico per difenderlo, non ha bisogno di me per difendersi. Penso sia dipinto come un mostro. Faccio un esempio. Sembrava l’unico presidente a voler giocare. Non credo fosse così. E’ impensabile attribuire la colpa su un solo presidente e su una sola società. Ogni concetto che lo riguardi viene esasperato o richiamato in modo negativo. Succedeva anche quando ero giocatore. Non che non sia un personaggio particolare o che non abbia sbagliato, ma viene esposta sempre e soltanto la parte negativa di quello che fa e dice Lotito».

TIFOSI«L’altro giorno stavo vedendo in tv un filmato sullo scudetto del Duemila. A mia moglie Marta e mio figlio dicevo: “Guardate che squadra e che giocatori!“. In quel gruppo non ce n’era uno che non fosse un campione. Essere riconosciuto e salutato come un laziale, sapendo di aver indossato per tanti anni la stessa maglia, è realmente un orgoglio».

INZAGHI«Non ci ho mai pensato quando eravamo compagni. Mai immaginato come possibile allenatore e neppure l’avevo visto allenare, non mi ero mai soffermato a guardare come stesse portando avanti il suo lavoro con la Primavera. E’ stata una bella sorpresa. Simone si merita tutto quello che sta vivendo, è riuscito a creare una squadra più matura dopo un anno così e così. Certi giocatori nella passata stagione erano calati. Quest’anno pensavo fosse l’inizio di una seconda parte del suo ciclo. Sta facendo benissimo. A parte gli aspetti tecnici, mi piace la maturità acquisita come squadra. Milinkovic ha capito di non dover interpretare solo la parte offensiva, doveva dare una mano in fase difensiva. Sono stati bravi lui e Simone a farglielo capire, così è stata concessa più libertà a Luis Alberto. Sergej continua a fare cose importanti quando si inserisce in attacco, ma il suo lavoro ora ha sistemato gli equilibri della squadra. Ha dato quanto mancava in passato».

LEIVA«Mi conoscete bene, non sono mai stato un campione. Leiva sì, viene da un’esperienza internazionale, è un giocatore di caratura, ha tirato la carretta al Liverpool quando non c’erano più Mascherano e Gerrard, ha indossato la maglia del Brasile. Sotto l’aspetto tattico e del ruolo forse siamo simili, ma dico che non esiste più il play classico, in grado di dare un aiuto nella fase difensiva e poi di verticalizzare. Sono caratteristiche poco ricercate nel calcio di oggi. Mi piace molto Leiva. E’ uno che dà e lascia tutto
in campo».

RIPRESA«Sarà come ricominciare da zero, qualche giocatore entrerà in forma subito, altri no. Non solo la Lazio si ritroverà in queste condizioni. Ti puoi allenare quanto vuoi a casa da solo sul tapis roulant, ma sull’erba e con la squadra è un’altra cosa. Cambia tutto, come iniziare una nuova stagione. Non sarà facile per nessuno. L’entusiasmo potrebbe consentire alla Lazio di continuare a inseguire il sogno colmando tante situazioni negative. L’incognita è un’altra. Ci sarà la gente allo stadio? Non credo. Tutti pensiamo tante cose, ma la prima da calcolare è che la Lazio non si ritroverà a giocare con i 60 mila dell’Olimpico quando ha battuto l’Inter. Il pubblico ti galvanizza, ti carica, ti trasmette calore e adrenalina. Speriamo basti l’entusiasmo del secondo posto».

RAPPORTO CON LOTITO«Ho vissuto tutte le situazioni che un giocatore possa passare con un presidente. Sono arrivato in un momento bruttissimo, estate 2006, non si sapeva se la Lazio sarebbe retrocessa per calciopoli, ci ritrovammo in B, con 11 punti di penalizzazione e la contestazione dei tifosi, poi in secondo grado recuperammo la Serie A. All’inizio del campionato la squadra non girava, le critiche per i nuovi acquisti erano giuste, alla fine arrivammo terzi e con l’entusiasmo al massimo. Con Lotito, Sabatini e la squadra viveva una connessione unica. Ho conosciuto Lotito quando veniva in ritiro il sabato in trasferta, la sera si chiudeva con noi nelle stanze a vedere gli anticipi. Dopo le partite, con qualsiasi risultato, veniva a darti una parola di conforto e non entrava mai nella sfera tecnica. Poi l’ho conosciuto dopo Sabatini: più vulcanico, più intraprendente, tante riunioni dentro lo spogliatoio. Abbiamo litigato, abbiamo fatto pace. Tutti e due pensavamo la stessa cosa: io volevo rimanere alla Lazio e lui voleva che io rimanessi alla Lazio. L’ultima volta l’ho ringraziato. Un altro anno giocando poco non l’avrei sopportato, così sono andato via e ci siamo salutati. Da parte mia c’è stima».

RICORDI – «Ricordo il primo gol nel derby. La qualificazione alla Champions e poi il girone, l’emozione di affrontare il Real Madrid, la Coppa Italia del 2009 con l’Olimpico pieno per la prima volta da quando era arrivato. La finale del 2013 è un evento unico perché non si ripeterà, non succederà più, come dice la canzone. In Champions ci si può tornare come accadrà presto. Quello è un ricordo speciale perché unico».

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