Zarate, come trasformare l’amore in odio…

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C’eravamo tanto amati. La disamina più brutta, più scabrosa, più infida per una coppia quando si arriva al capolinea. La fine di un idillio, di una storia d’amore iniziata in un caldo giorno d’agosto e conclusa in una mattina di fine inverno. Quattro anni, quattro anni tra l’inizio dell’idillio e lo strappo definitivo. Quattro anni di passione, di amore sfrenato, di tradimenti, di perdono. Lacrime amare versato da ambo le parti. Lui, Maurito, il pibe di Haedo, il nuovo Messia, il profeta Maometto che arriva trionfante nella sua Mecca. E’ lui il verbo nella Roma calcistica colorata dei colori del cielo, tutti pendono dal suo talento. Il suo dribbling secco e irridente, il suo destro al fulmicotone che solo nei film si riesce a vedere. E’ il figlio del calcio, sussurrò qualcuno, “Dio creò il calcio e disse vai insegnalo al mondo”, urlarono in tanti vedendo quel ventunenne basso e brevilineo con la forza di Golia. Un incubo per le difese, una manna per la Lazio. Tutti lo venerano, Formello sembra “la dimora di un santo” (con le dovute proporzioni), si può tornare a sognare. Finalmente un campione, anni e anni passati tra giocatori mediocri e “normali”, una divinità è sbarcata a Roma. Sceso dall’Olimpo per far vincere la prima squadra della capitale. Scende bello, aitante e forte, sul petto c’è scritto Lazio 1900, sulla schiena, appena sotto le ali, un numero, anzi IL NUMERO, quello che solo i figli prediletti del Dio pallone possono indossare. Dieci, come Zico, Pelè, Baggio, come Maradona, connazionale e mito di sempre. Sarà suo parente? Sarà fratello di Messi? Cugino di C.Ronaldo? NO, è Mauro Zarate da Haedo, numero 10. “Sono venuto per far vincere la Lazio”, sussurrava timidamente nel suo primo ritiro. Umilmente ascoltava ed apprendeva dal maestro Delio Rossi, il primo della sua avventura italiana, forse l’unico che ha saputo toccare le corde giuste di questo figlio del calcio emigrato in Qatar. Maurito si allena, suda, corre, dimostra sul campo che può essere importante anche se Rocchi e Pandev, al momento due dogmi, partono con qualche posizione di vantaggio nelle gerarchie. Tommaso, il capitano, ha la malsana idea di partecipare alle Olimpiadi. Crack! Tibia e Perone. “Dispiace per il capitano ma tocca a me”, pensa il piccolo grande Maurito.

Pronti via Zarate in campo, doppietta e tre punti. Via così si parte. Stadio Olimpico, finta a destra finta a sinistra tiro a giro gol…“chi è questo?” Un fenomeno, tutti pensano, gol gol gol… sei nelle prime cinque partite! Finalmente! Sua maestà Paolo Maldini, il grande capitano, dopo un Milan-Lazio, rimane impressionato dal talento del piccolo argentino. “Non uno qualsiasi, il ministro della difesa, il senatore a vita ha parlato bene di me”, non montiamoci la testa, stupiamo ancora, pensa Maurito. Maurito rigore, punizione, tiro da fuori a girare, nel sette all’incrocio, rasoterra, repertorio completo di un fenomeno. Se lo coccola Lotito. “E’ una mia scelta, l’ho notato io ed ecco qui il vostro campione, onoratelo gente! Costui ci porterà alla vittoria!”, “Presidente parola mia vedrà che alzeremo una coppa e sarò io a trascinare la Lazio al successo”. Il Derby di campionato, la partita delle partite, tutti la sentono, la soffrono, è un momento difficile ma lui come se niente fosse prende per mano la squadra e la porta al trionfo. Azione sulla sinistra, doppio dribbling tiro a giro gol!! Da lustrarsi gli occhi!! Genio!! Ci hai fatto vincere il derby! Sei il nostro Re!! Dopo Beppe gol ecco Mauro gol!! “Ragazzi stasera tranquilli ci penso io a sistemare Buffon, la finale di Coppa Italia sarà nostra”. Sempre tiro a giro e palla che si insacca li, è finale! “Finale? E che problema c’è? Datemi palla e abbracciatemi!” Sempre da sinistra, dribbling e sassata all’angolino. E’ Coppa Italia! La Roma laziale è ai suoi piedi! Dopo Veron, ecco un altro figlio della Selecion pronto a scrivere il suo nome nella storia della Lazio. Lotito è costretto a riscattare l’intero cartellino (primo anno giocato in prestito), per far si che il suo figlio prediletto rimanga nella famiglia laziale sborsa 20 milioni di euro. Cifra record, investimento più importante della sua era.

Ci sono dei cambiamenti, via Delio Rossi, suo padre sportivo, dentro Davide Ballardini. Il Balla è un duro, un sergente di ferro che non ama i solisti. Mauro comincia ad incupirsi. La Lazio stenta, il tecnico lo impiega con continuità ma il talento del “Toracio”( chiamato così ai tempi del Velez) si è perso. Il toro è diventato un agnellino. Molle, prevedibile, lento. Il Balla non ci sta, mette in discussione il Re. Per la prima volta da quando è a Roma il suo trono scricchiola, la rottura è vicina. 6 Gennaio 2010, Lazio-Livorno. Ballardini rischia la panchina e sa che Zarate può salvarlo, la Lazio vince ma tra i due qualcosa si è rotto, lo si nota su un calcio di rigore dove il tecnico fa calciare Kolarov con Zarate che imbronciato non esulta alla trasformazione del compagno. “Zarate deve smetterla di fare la prima donna, io tratto tutti allo stesso modo. E’ un grande giocatore ma deve comportarsi come tutti gli altri”, nel post gara il Balla distrugge quel poco di rapporto rimasto tra i due. Il suo entourage comincia a dare un out out. “O noi o il tecnico”, via il tecnico! Dentro Edy Reja. Adesso può tornare grande, vedrete che giocate. Prima intervista del pacato Edy e domanda su Re Mauro: “Zarate? Domani partirà dalla panchina”. Lapidario, pungente, diretto. Maurito capisce qual è l’idea dell’allenatore. Sarà dura, molto dura. “Rientra rientra rientra!!” Urla Edy dalla panchina. “Perché devo rientrare? Faccio l’attaccante io devo segnare”. “No Mauro non hai capito, con me il calcio è diverso, tutti aiutano tutti”. Non ci sta Zarate, lui che aveva portato la Lazio alla vittoria segnando e dribblando ora deve difendere, non può difendere. Zarate è nervoso, la Lazio va male, a Genova, contro la Sampdoria, torna per un attimo toro stile Robert De Niro sfidando a duello l’intera squadra blucerchiata beccandosi il cartellino rosso. Risultato? Lacrime finali e crisi d’identità. Che fine ha fatto il fenomeno che ci aveva incantato? I media ci vanno giù pesante e Zarate si perde. Si è spento. 3 gol, solo 3 durante l’intera stagione.

Nuovo anno vita nuova, macché! Reja lo vede poco e lo impiega fuori ruolo. Nonostante ciò Maurito ci prova, vuole dimostrare di essere ancora il numero uno. Udinese-Lazio, spareggio Champions. Lazio sotto di due gol. Secondo tempo arrembante dei capitolini. “Calcio di rigore, vai Hernanes buttala dentro! Macché Herna, guarda che tira Zarate!” Forse Handanovic ha suscitato tenerezza in lui, Mauro calcia il rigore con sufficienza e l’estremo difensore para facilmente assumendo una plomb da pomeriggio british. Lacrime, di nuovo. Lazio fuori dalla Champions e Zarate ai margini della squadra. Auronzo 2011, tutti arrivano puntuali, precisi e in forma. Non lui, è sovrappeso. Non è possibile è un professionista avrà pensato Reja. “Corri, suda e giocherai a pallone solo quando sarai in tiro”. Non è possibile togliere il pallone a Maurito e lui, non capendo l’input dell’allenatore si mette di traverso. I due quasi non si parlano, Reja prova a ricucire il rapporto ma trova nel ragazzo un muro di gomma. “Caro Mauro è una persona navigata magari lo sta facendo per il tuo bene“, avrà sussurrato qualcuno a Zarate ma lui no, senza pallone io non ci sto. Comportamento da immaturo che si ripete al momento del rifiuto della convocazione per il preliminare di Europa League. “Presidente voglio andare via”, parole pronunciate a Lotito sul finire del mercato. Vuoi andare? Vai, cessione all’Inter. Zarate capisce subito che in quell’ambiente è uno dei tanti. Non è amato allo spasmo come lo era a Roma. Prima Gasperini poi Ranieri gli concedono occasioni col contagocce. Zero gol. “Zarate chi? Ma che l’abbiamo preso a fare? Ma ti pare che questo è un giocatore di calcio?”, il tifoso meneghino è subito diretto verso il ragazzo. In primavera arriva Stramaccioni, serve una scossa, dentro Zarate. Eccolo di nuovo Maurito, gioca e fa qualche gol riportando l’Inter a ridosso della zona Champions. Ma è troppo poco. Stramaccioni capisce che la società non lo riscatterà e come una scarpa vecchia lo ripone di nuovo in cantina. “Se rimane Reja non torneremo alla Lazio”, esclamò il fratello Sergio. Reja via, ecco Petkovic.

Il serbo ama i giocatori di classe. “E’ la mia occasione”, pensa Maurito, “Di nuovo la numero 10 biancoceleste e di nuovo l’amore del mio pubblico”. E’ così, la folla ancora lo ama. Lui ripaga lavorando bene e dimostrando a Petkovic di essere un giocatore importante. Ma anche qui l’amore non sboccia. L’argentino, preso poco in considerazione, è svogliato e il mister lo fa fuori. “O cambi atteggiamento o ti alleni da solo”, parola di allenatore e società. Mauro non cambia, se ne frega. Lotito è sul piede di guerra, “Può fare il pastore fino al 2014”(scadenza del contratto). “Torno a Formello a fare il pastore”, risponde Zarate. Le due parti si detestano, l’amore non c’è più, l’indifferenza la fa da padrone. Nel mercato di Gennaio salta il trasferimento in Ucraina, ripicca della società? Richieste folli del giocatore? Solo loro sanno cos’è veramente accaduto. L’ultimo colpo di coda dell’ormai desaparecidos è il viaggio alle Maldive fatto ‘per colpa di uno sfogo cutaneo dovuto allo stress’. Da quando in qua alle Maldive c’è un centro dermatologico all’avanguardia? A Roma non ci si può curare? E’ no, il caldo è di gran lunga migliore dell’uggiosità della capitale. Rientrato a Formello, non contento, fa pervenire la richiesta di rescissione, la Lazio risponde chiedendo un corposo risarcimento danni. Incredibile, come tutte le storie d’amore si va per vie legali. Chi l’avrebbe mai detto? Chi avrebbe mai pensato che il Messia venuto dall’Argentina avrebbe distrutto il suo rapporto con la sua amata? Sembra un romanzo Shakspiriano con un finale moderno, amore folle contro tutto e tutti e poi alla fine, invece del veleno che uccide i due amati, si va tribunale per un addio freddo e rancoroso. Che hai fatto Maurito? Potevi avere tutto, hai mandato tutto all’aria. “Why Maurito Why”? Venerato come pochi, distrutto dalle tue stesse mani. “Tutti possono fare una scivolata, l’importante è sapersi rialzare”, dicevano i saggi, tu invece hai continuato a scivolare. Adesso eccoci qua, sei li con le valige in mano pronto a salire sul treno, il capostazione darà l’ok per partire ma in quel momento nessuno sarà sotto il tuo finestrino a piangere implorandoti di rimanere e mentre seduto nel tuo vagone penserai a quello che è stato forse una lacrima solcherà il tuo viso, e li, raccolto nei tuoi pensieri dirai: “Ma come ho potuto rovinare tutto ciò?”. 

Matteo Mansueti

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