Europa League, Lazio tra passato e presente per riscrivere la storia

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Passano gli anni e le stagioni, ma certi ricordi restano. Emozioni e momenti che rimangono indelebili nella storia di un club e impressi nella memoria dei tifosi. Gioie e dolori. Ma comunque emozioni, che fanno del calcio qualcosa di più di uno sport.

Lo sanno bene i tifosi della Lazio. Nel bene e nel male. Per ogni biancoceleste “credente e praticante”, il nome Sven-Goran Eriksson rimanda allo scudetto del 2000. Una gioia. Vera. Eriksson però rimanda anche a quella finale, tanto ambita e tanto sentita. Quel 6 maggio 1998 a Parigi, l’atto conclusivo di una marcia trionfale. Volvograd, Vienna, Auxerre, Madrid. E poi, tutti a Parigi. Davanti alla truppa guidata del tecnico svedese, l’Inter di Gigi Simoni. Marchegiani, Favalli, Negro, Nesta, Nedved, Mancini. L’embrione di quella Lazio tricolore solo tre anni dopo. Dall’altra parte Zanetti, Djorkaeff, Zamorano, Simeone. E poi un extra-terrestre. Un certo Luís Nazário de Lima, conosciuto come Ronaldo. Un fenomeno, anzi, Il fenomeno. La Lazio assistette, impotente, alla prestazione che consacrò uno degli idoli della storia del calcio. Un dolore. Sportivo, ma vero.

Otto anni dopo, la Lazio non vuole perdere l’occasione di prendersi la rivincita. Solo dopo otto anni, il club biancoceleste è riuscito a qualificarsi per gli ottavi di finale dell’Europa League, allora Coppa Uefa. I presupposti (e i ricorsi) per riscattarsi ci sono tutti rispetto alla stagione 1997/98. Come la Lazio di allora, la squadra di Petkovic sta accusando un momento no in campionato. Naturale, vista l’impegnativa marcia verso i vertici del calcio europeo. Ma anche di quello italiano: con la finale di Coppa Italia già in tasca, questa Lazio può eguagliare ancora una volta la formazione di Eriksson, vincitrice di dell’edizione ’97/98dopo la doppia finale contro il Milan. E pazienza se qualche punto in campionato è andato perso: il secondo e il terzo posto sono distanti rispettivamente 6 e 4 punti. Un divario non insormontabile con dieci partite al termine della stagione.

C’è la stanchezza, è vero. Un aspetto con cui Petkovic ha dovuto fare i conti insieme al fattore infortuni. Non troppi, ma decisivi. Vedi Klose, Mauri, Konko. Andando di questo passo, però, al fianco della stanchezza subentra l’esaltazione. Oltre alla concretezza del gioco impartita dal tecnico croato, questa Lazio è arrivata fin qui grazie al proprio cuore e alla propria determinazione. Valori non facilmente riscontrabili nel calcio odierno e che possono permettere a Floccari e compagni di raggiungere, e possibilmente superare, la gloria di quella squadra di otto anni fa. I giocatori sono cambiati, ma la fede e la speranza dei tifosi è sempre la stessa. E ora, sotto con lo Stoccarda.

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